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La pietra del vecchio pescatore

Leggende celtiche e nostalgia a secchiate

Sono particolarmente legato al libro di cui andrò a parlarvi oggi.
Mi è stato prestato anni e anni fa da mia zia e all'epoca mi aveva letteralmente stregato. Da adolescente mi era venuta voglia di rileggerlo, ma era andato perso, per via di tutta una serie di problemucci famigliari (quelli del tipo per cui non fai molto caso a dove finiscono i libri di casa). Ho continuato a cercarlo senza successo.
Scovato in biblioteca a Modena, ne ho riletto un pezzo, convincendomi sempre di più che era un titolo che volevo assolutamente nella mia libreria. Ho recuperato l'edizione in lingua originale, ma di quella italiana nessuna traccia.
Fino a che, un mesetto fa, sono riuscito a scovarne una copia in una libreria dell'usato a Bologna, che mi sono immediatamente portato a casa (per di più, per pochi spiccioli).
Così, dopo quindici fottuti anni di ricerca, ho avuto finalmente modo di rileggermi "La Pietra del Vecchio Pescatore" comodamente acciambellato tra le coperte.

Il titolo originale dell'opera è "The Hounds of the Morrigan", e la prima pubblicazione risale al 1985. L'autrice, Patricia Mary Shiels O'Shea (i cui romanzi sono stati pubblicati sotto il nome d'arte Pat O'Shea), ha origini irlandesi e ha scritto questo romanzo con l'intenzione di creare un libro per l'infanzia che affondasse le radici nella cultura e nelle leggende celtiche.
Ci è ben riuscita: nonostante le ci siano voluti tredici anni per scriverlo, The Hounds of the Morrigan è considerato (fuori dall'Italia, dove come già detto questo libro è pressoché sconosciuto), uno dei grandi classici per l'infanzia, e gode di enorme popolarità soprattutto nel Regno Unito.
L'influenza di Micheal Ende e del suo romanzo "La storia Infinita" è molto forte, soprattutto nell'incipit del libro, che tuttavia è lungi dall'esserne la brutta copia.
Dopo la solita, doverosa e breve, introduzione, diamo il via alla trama.
Patrick, detto Pidge, è un ragazzino irlandese dal carattere schivo e riservato. Un giorno scopre, per quello che sembra essere un puro caso, un antico manoscritto nel magazzino di un ex negozio di pegni. Esaminandolo meglio, dal libro escono due pagine: una presenta un'iscrizione in latino, l'altra il disegno di un serpente.
Senza saperlo, Pidge ha liberato un'antica, maligna creatura, e attirato su di sè l'attenzione dell'antica dea delle battaglie, la Morrigan, che ne brama il potere.
Se la Morrigan si impossessasse di quelle due pagine del manoscritto, sarebbe l'inizio di un'epoca di sventura. Ma nasconderle non è sufficiente, prima o poi la dea le troverebbe.
Così Pidge e la sorellina Brigit si troveranno, volenti o nolenti, incastrati in qualcosa di molto più grande di loro. Dovranno affrontare, sotto la guida della divinità della saggezza e della conoscenza, un lunghissimo viaggio, che li porterà indietro nel tempo e all'interno delle leggende irlandesi, per procurarsi l'unica cosa in grado di distruggere le pagine maledette: un sassolino, apparentemente insignificante, ma sporco del sangue della stessa Morrigan.
Ve l'avevo detto che l'incipit del libro risente moltissimo dell'opera di Ende. Ma questo non gli impedisce di svilupparsi e di avere un carattere proprio. Infatti se la Storia Infinita è soprattutto nella seconda parte quasi un romanzo di formazione sotto mentite spoglie fantasy, questo invece è puramente un romanzo di ricerca e viaggio. Si si, di nuovo il viaggio.
L'effetto nostalgico che è in grado di suscitare (ve ne parlerò tra poco) deriva dalla data di pubblicazione e non è negli intenti dell'autrice.
Il romanzo è costruito sulle basi della fiaba popolare, e al suo interno fanno la loro comparsa molti personaggi tipici delle fiabe e del folklore irlandese: riconoscere i personaggi e le citazioni è una goduria per un appassionato di miti e leggende come il sottoscritto.
Proprio per la sua appartenenza ad una cultura diversa da quella italiana e ai continui riferimenti folkloristici, il racconto, sebbene originariamente indirizzato ad un pubblico giovane, qui in Italia può essere pienamente apprezzato solo da chi è già un po' più grandicello (sebbene ogni bambino o ragazzino appassionato di fantasy lo amerà).
E' vero che il libro è un fantasy, ma è lontanissimo dal fantasy moderno (tema che ho già affrontato in altre recensioni), e ha più l'aspetto di una fiaba. Della fiaba ha anche la struttura: passaggi veloci, descrizioni sommarie, situazioni che spesso non necessitano di una spiegazione logica, frequenti ripetizioni. Uno stile al quale potrebbe essere difficile abituarsi, almeno per le prime pagine, visto che non brilla per raffinatezza e le frasi sono spesso costruite in un modo che oggi risulta grossolano (anche se qui potrebbe essere colpa anche del traduttore).
Il libro è ricchissimo di personaggi che, fatta eccezione per i protagonisti e la loro famiglia, sembrano uscire direttamente da una fiaba. E proprio come i personaggi delle favole, soffrono di un grande difetto: un minimo spessore caratteriale. Sono pochi quelli che vengono approfonditi, complice il fatto che spesso compaiono per poche pagine. Ma la cosa non va a pesare sulla struttura complessiva: ci troviamo di fronte a personaggi leggendari (nel senso letterale della parola), rimasti immutati per centinaia di anni, le cui azioni sono guidate da codici ancestrali e il cui carattere è bidimensionale a causa della loro stessa condizione di miti. Anche i protagonisti spesso trovano bizzarro il loro modo di agire, di parlare e di pensare, indice che la cosa non deriva da una scarsa abilità narrativa, ma è un espediente voluto.
A fare da contrasto a quelle che sembrano essere figurine di carta prive di spessore, spuntate fuori da una fiaba, ci sono i protagonisti, Pidge e Brigit. Nella loro semplicità caratteriale infantile risultano ben costruiti. Da un lato lui, più grandicello, di indole riflessiva e prudente, dall'altro la bambina, scatenata, sfacciata e senza una concezione del pericolo ben definita: nell'insieme formano una coppia bilanciata.
Proprio per la loro condizione di bambini tenderanno ad avere pochi dubbi sull'autenticità di ciò che succede, per la capacità di accettare il mistero e la magia in modo quasi naturale tipica dell'infanzia.
C'è da dire che Pidge, nonostante sia un amante dei libri, è lontano dallo stereotipo del ragazzino cicciottello e sfigato che tutti prendono in giro: è semplicemente un tipo riservato, che ama starsene sulle su e prendersi il suo tempo per pensare, ma che in caso di necessità non si tira di certo indietro. Punto a favore per lo stereotipo evitato.
Tutto il libro è ambientato nell'Irlanda rurale di venticinque anni fa: piccoli paesini, fattorie, fitti boschetti e infinite distese di campi e colline. Il che avrà un terribile effetto nostalgico per i lettori con più di vent'anni cresciuti al di fuori delle grandi città, visto che ritroveranno paesaggi molto simili a quelli dove hanno trascorso la loro infanzia. Penso che questo libro, nonostante sia un romanzo per ragazzi, possa risultare molto più interessante per chi ragazzo non lo è più. Quando è stato pubblicato qualsiasi ragazzino poteva immedesimarsi nei protagonisti, e fantasticare, durante le scorribande in aperta campagna, di vivere le loro stesse avventure. Non so come sia la campagna irlandese ora, ma di sicuro qui in Italia le cose sono cambiate parecchio, e i passatempi infantili di oggi non comprendono, almeno non nella maggior parte dei casi, lunghissime passeggiate in mezzo al nulla dei campi.
Tramite questa favola chi, come me, ha avuto un'infanzia in un ambiente "rurale", tornerà a ricordare i lunghissimi pomeriggi afosi estivi nei quali il tempo sembrava non trascorrere mai e nei quali l'unica cosa da fare era infilare un paio di provviste nello zaino e andare ad esplorare i dintorni. Ore passate a non far nulla e ad entusiasmarsi per ogni piccola cosa, quando ogni pretesto era buono per inventarsi favole fantastiche che facevano di ogni giornata un'avventura.
Insomma, nostalgia a palate, una punta di amarezza nel constatare quanto le cose siano cambiate e una buona dose di rimpianti per quei tempi passati dove bastava davvero poco per divertirsi (avere una bicicletta era già una gran cosa).

Complice la semplicità dello stile, la moltitudine di situazioni e le descrizioni rapide, è un libro che non impegna troppo e che si fa leggere tutto d'un fiato, anche mettendovici d'impegno ed essendo più pigri possibile probabilmente la lettura non vi impegnerà più di una settimana.
E' l'ideale per staccare la spina e riscoprire il valore e il piacere delle piccole cose.
Di contro, non è certo esente da difetti. Oltre alle ripetizioni già menzionate, questo libro va affrontato con l'idea di avere di fronte di qualcosa di estremamente semplice (anche se lo definirei più come "genuinamente" semplice). Non è un testo con una morale o una struttura impegnativi, e vi deluderà se in esso cercate qualcosa di profondo. L'ingenuità narrativa non manca e molti passaggi risultano deboli.
Nel complesso, va letto come libro "di genere", tenendo presente che si tratta di un romanzo per ragazzi, che i protagonisti sono bambini e che quasi tutto il racconto è visto dalla loro prospettiva. Se sarete in grado di accettare questi presupposti, questo libro sarà in grado di farvi ritrovare il piacere di apprezzare le cose piccole e insignificanti, di sognare ad occhi aperti e di far uscire, almeno per un po', il bambino che è chiuso a chiave in fondo al nostro subconscio. Perché fare i bambini ogni tanto è un nostro sacrosanto diritto.

Veniamo alle note davvero dolenti: questo libro è difficilmente reperibile. Entrambe le edizioni, sia in copertina rigida (come quella che sono riuscito a reperire, edita da Longanesi) che in brossura sono fuori stampa. Ma non disperate: moltissime biblioteche, se decentemente fornite, hanno questo titolo sui loro scaffali o in magazzino, provate a chiedere (non costa nulla). Vista la semplicità del testo, anche leggerlo in inglese è più che fattibile, e questa edizione si trova facilmente online.
Dovrete cercarlo per un po', se vi interessa davvero. Ma cercare un libro fuori commercio rende ancora più gustosa la lettura una volta che lo avrete tra le mani.

In conclusione consiglio a tutti, grandi e piccoli (ma soprattutto ai grandi). Se avete voglia di farvi venire il magone per un'epoca ormai passata e che non tornerà più, se volete passare il vostro tempo immergendovi in una piacevolissima avventura, se volete dimenticarvi per un po' dell'esistenza di tablet, console, cellulari, bollette da pagare e disoccupazione, se volete allontanarvi momentaneamente dalla società moderna che prevede che le bambine indossino tacchi, minigonne e trucco a cinque anni, questo è il libro che fa per voi.
Fatevi il regalo di tornare indietro, a quando tutto era semplice.

Il circo dei gatti di Vishnu

Un futuro fin troppo prossimo
 Dopo il libro del mese scorso, torniamo ad orientarci verso qualcosa di più maturo.
Non fatevi ingannare dal numero esiguo di pagine di questo libro, dentro c'è di tutto e di più, ed è un ottimo punto di partenza per fare la conoscnza i un autore di tutto rispetto.
Ian McDonald è un affermato scrittore di fantascienza britannico. Di padre scozzese e madre irlandese, vive oggi a Belfast ed ha vinto prestigiosi premi letterari, come il Philip K. Dick Award e un Prmio Hugo.
Il circo dei gatti di Vishnu è il suo ultimo libro pubblicato in Italia.
Classificato come romanzo di fantascienza, è ambientato in un futuro distopico inquietantemente vicino a noi. Fa parte di un ciclo di sette racconti scaturiti dalla penna di Ian McDonald, iniziato nel 2004 con River of Gods e atto ad esplorare l'evoluzione tecnologica dell'India.
Nonostante gli sporadici riferimenti alle opere precedenti e all'ambientazione comune, è perfettamente fruibile anche a sè stante.
Datato 2009 e pubblicato per la prima volta in Italia nel 2011, il libro è stato candidato al Premio Hugo nel 2010 e vincitore del BSFA (British Science Fiction Association) Award.
Dopo avervi (mi auguro!) convinti della qualità del libro, passiamo alla trama.
Nell'India del 2025 nasce un bambino speciale, al quale viene dato il nome di una divinità: Vishnu. E' stato creato in provetta, geneticamente modificato per avere un'intelligenza e una memoria sovrumane. E' immune alla maggior parte delle malattie, bello, carismatico, e destinato ad avere una vita lunga il doppio rispetto a quella di una persona comune.
Vishnu è stato progettato a tavolino per essere un dio, un appartenente ad una nuova razza, i Bramini, destinati a condurre il Paese in una nuova età dell'oro.
Com'è possibile, allora, che un tale semidio sia ridotto in miseria e conduca un umile circo di gatti ammaestrati? A raccontarlo è lo stesso Vishnu, mentre fa esibire i propri felini, ai quali ha dato il nome di divinità Indù, in numeri sempre più sorprendenti.
Racconta la propria vita, senza enfasi, orgoglio o vergogna, della sua infanzia da bambino consapevolmente viziato e privilegiato e della sua progressiva presa di coscienza, di come un'intelligenza artificiale superiore abbia cercato di controllare gli esseri umani attraverso nanomacchine grandi come granelli di polvere; racconta di come ha visto il proprio Paese e il mondo intero scivolare in una fossa tecnologica senza via d'uscita e di come anche i prodigi che oggi appaiono insuperabili e divini, domani potrebbero essere già scontati ed obsoleti.
Per essere un romanzo breve, è denso di avvenimenti e offre numerosi spunti di riflessione. Comincio con il farvi notare come il tutto sia ambientato nel 2025. Siamo lontani dai vecchi romanzi di fantascienza, ambientati tra centinaia di anni, in mondi futuri irraggiungibili. No, Ian McDonald, con questo libro, ci sta dicendo "Ragazzi, il futuro è qui. Ci siamo.". Il che rende tutto il libro vagamente inquietante: gli eventi narrati in esso sono sì fantascientifici, ma ben strutturati, apparendo non del tutto impossibili, soprattutto considerando la velocità del progresso tecnologico odierno.
Cosa fareste se poteste programmarvi un figlio a piacimento? Probabilmente alto, bello, intelligente, carismatico, dalla salute intaccabile. E avendo un figlio del genere, vorreste per lui una carriera brillante... non è possibile che una persona così possa scegliere di vivere facendo lo spazzino o allevando polli.. giusto?
E ora che avete il vostro bambino perfetto e avete già sognato per lui un futuro di ricchezza, fama e potere, fermatevi un attimo.
Lo state facendo davvero per lui, o piuttosto per voi?
Parliamo quindi, prima ancora che di fantascienza, di egoismo umano, e di come le aspettative genitoriali gravino sulla vita dei figli,in un futuro dove un bambino è una cosa da sbandierare in giro e del quale vantarsi come un nuovo iPhone (e senza neppure metterci tanto cinismo, in molti casi questa è già una realtà).
Bambini oggetto destinati ad essere il futuro del Paese, a sposarsi tra loro per creare figli geneticamente superiori e migliorare la specie umana, esattamente come fanno gli allevatori coni loro animali.
Nel frattempo, abbiamo una società che si rifugia sempre di più nei mondi virtuali e che da essi diventa non solo sempre più dipendente ma diventa addirittura un tutt'uno con essi. E chi non vuole connettersi? E' libero di non farlo... ma resta tagliato fuori dal mondo. Non vi ricorda proprio niente?

Lo stile dell'autore è asciutto e diretto, ma al contempo sottile e quasi enigmatico.
Il ritmo, nonostante trascorrano anni nell'arco di una manciata di pagine è lento ma costante, come lo scorrere della Storia e le atmosfere sono limpide, quasi senza vere emozioni. Del resto il tutto è raccontato in prima persona, da un uomo la cui intelligenza e sensibilità si avvicinano al divino, il che lo porta a vedere i fatti con una sorta di pacato distacco. Questo conferisce al romanzo un sapore quasi da documento storico o da saggio, non per tutti facile da digerire. Non è una lettura così leggera, richiede concentrazione.
I personaggi che si muovono all'interno di questo breve romanzo sono tanti, e ben caratterizzati anche in poche righe. Essendo il racconto in prima persona vengono tutti filtrati attraverso gli occhi del protagonista, Vishnu. Che tuttavia percepiamo più come spettatore che come primo attore.
Vishnu, dall'alto della sua intelligenza sovrumana, è in grado di analizzare persone e situazioni ad un livello differente dall'uomo comune, rendendolo spesso distaccato e freddo; a noi arriva il suo punto di vista. Lo vedremo crescere lentamente, con una mente intrappolata in un corpo troppo giovane per le sue potenzialità e i suoi desideri e spesso vittima di una costante frustrazione, passando da neonato non ancora in grado di parlare ma già capace di elaborare fini ragionamenti,  ad un bambino con i desideri e le pulsioni di un adolescente. Quindi lo vedremo, adolescente e già saggio, iniziare a rendersi conto degli enormi e immutabili cambiamenti che incombono sulla società (e per esteso sul mondo intero), iniziare un viaggio di purificazione e redenzione.
Ma nonostante sia stato programmato per essere una divinità, resta sempre un essere umano, con i suoi affetti, simpatie ed antipatie, una persona che si porta sulle spalle il fardello di enormi aspettative da parte dei genitori e dell'intera comunità. E che viene più spesso mosso ad agire dalla curiosità, dall'egoismo o dalle pulsioni personali, più che dal proposito di fare del bene alla società che lo ha creato.
Veniamo anche a conoscenza della madre e del padre di Vishnu, e del loro passato. Lui è un uomo pacato, irresoluto, tendenzialmente passivo, è lei che conduce le redini della famiglia. Così come è lei che, per capriccio e per stare al passo con i tempi, decide che il primo figlio che ha concepito, Shiv, pur modificato geneticamente anch'esso, non era abbastanza: le nuove tecnologie sono in grado di offrire bambini migliori dei quali vantarsi di fronte alle altre madri.
Shiv, il fratello maggiore di Vishnu, viene quindi accantonato e si ritrova a crescere nell'ombra del prodigioso fratellino. Questo crea in lui un rancore profondo e cupo, che lo spingerà, negli anni, ad ideare un raffinato piano per eclissare il protagonista. E nel mondo della tecnologia in continua trasformazione, quale fine peggiore, per un prodotto commerciale e propagandistico (perché in fondo Vishnu non è altro che questo) che diventare obsoleto?
Ultimo membro della famiglia è la sorella minore, Sarasvati, bambina nata in modo naturale, per la quale nessuno ha progettato un importante e sfavillate futuro, e dalla quale nessuno si aspetta nulla. Il protagonista si lega profondamente alla sorellina e, in un certo senso, arriva ad invidiarla. Niente pesanti aspettative, matrimoni trasmessi in onda in tutto il mondo e scuole esclusive, per lei.
E poi politici, insegnanti, ministri, imprenditori: un affresco sociale, politico ed economico minuzioso, cinico e splendidamente verosimile.

La scelta di ambientare il tutto in India, un Paese in via di sviluppo con grandi potenzialità, è una novità per un romanzo fantascientifico. L'autore è ben documentato sugli usi e costumi indiani, e si crea una mescolanza inusuale di tecnologie all'avanguardia e tradizioni secolari dure a morire. Troveremo numerosi riferimenti alla mitologia Indù, strette divisioni in caste sociali e privilegi per il sesso maschile. I Bramini, la nuova generazione di soggetti modificati geneticamente, è quasi esclusivamente maschile, se viene concepita una femmina il feto viene sapientemente raschiato dall'utero e gettato. Perché un maschio con doti pressoché divine è un Bramino... una femmina è solo una femmina.

Nel complesso è un libro che consiglio: in poche pagine offre una valanga di spunti riflessivi, da quelli più evidenti riguardo al progresso tecnologico, a quelli più reconditi, che spaziano dall'egoismo genitoriale e personale, alla saggezza celata in una vita semplice, all'appartenenza di genere.
Come già detto, non i tratta di un libro così scorrevole, e a tratti assomiglia quasi ad un trattato storico, o meglio, ad uno spaccato di storia che documenta una rivoluzione degli usi e costumi sociali, in un flusso di eventi predestinato ed inarrestabile. Noi, come Vishnu, siamo ridotti a semplici spettatori.
Se cercate un romanzo di fantascienza classica con androidi, alieni, astronavi e azione rivolgetevi ad altro: qui non c'è adrenalina, si scava più a fondo.
Concludo con un'annotazione amara, ironica e vagamente inquietante (come se tutto il libro non lo fosse già abbastanza): ad un certo punto il protagonista inizia a farsi pubblicare un romanzo a puntate, nel qual predice con estrema precisione l'evoluzione (e in un certo senso degrado) tecnologica che la società subirà di lì a poco. I lettori si appassionano e accolgono il romanzo con entusiasmo, senza rendersi davvero conto che si tratta quasi di un oracolo che li mette in guardia dalla piega che prenderanno gli eventi nell'arco di pochi anni, prendendolo invece meramente come un prodotto di intrattenimento.
E se noi, mentre leggiamo questo libro, fossimo nella stessa situazione?

Folle viaggio nella notte

Per chi è ancora in grado di sognare

Non ho mai recensito un libro di Walter Moers finora, nonostante sia uno dei miei autori preferiti. Questo perché dovrei fare un lavoro meticoloso, in quanto i libri sono tutti collegati tra loro, anche se non direttamente consequenziali, e per fare le cose per bene dovrei recensirli tutti, partendo con pazienza certosina dal primo, Le 13 vite e Mezzo di Capitano Orso Blu.
Ma negli ultimi giorni ho ripreso in mano una delle sue opere, l'unica totalmente slegata dal resto, e mi sembra un'ottima occasione per far conoscere anche a voi questo tedesco geniale e un po' suonato.

Il libro, il cui titolo originale è "Wilde Reise durch die Nacht", è datato 2001, ma è stato pubblicato in Italia solo del 2005, ed è forse il romanzo più sconosciuto dell'autore, complice la sua scarsa reperibilità nelle librerie nostrane. Walter Moers è uno scrittore, sceneggiatore e fumettista tedesco che ha all'attivo numerosi libri per ragazzi che illustra personalmente.
Questo libro è un'opera atipica, in quanto non fa parte del ciclo dei romanzi di Zamonia come tutti gli altri libri finora pubblicati. Si tratta infatti di una biografia immaginaria del pittore e incisore francese Gustave Doré, del quale l'autore utilizza anche le illustrazioni. Moers ha infatti scelto ventuno opere di Doré, integrandole nel libro senza alterarle, sulle quali ha imbastito l'intero romanzo.
Mi dispiace che questo "Folle Viaggio nella Notte" sia così poco conosciuto e apprezzato. E' un libo in grado di far sognare.
Gustave Doré è un ragazzino di soli dodici anni e già di fronte ad un grosso problema: si trova in alto mare sulla nave della quale è capitano, tutta la sua ciurma è stata spazzata via da una coppia di tornado ed è rimasto solo su un relitto che sta lentamente affondando. Insomma, Gustave deve morire, e se è proprio sfortunato prima della dipartita cadrà vittima della pazzia.
Ma quando si ha a che fare con la Morte spesso esiste un'alternativa: il Tristo Mietitore infatti rivela a Gustave che ha diritto ad una seconda possibilità. Ma solo se porterà a termine sei compiti all'apparenza impossibili per qualcuno di tanto giovane.
Si, è l'ennesimo libro che parla di viaggio, un tema al quale io non so mai resistere.
Walter Moers ha uno stile ironico, tagliente e descrittivo che in questo libro viene sapientemente adattato per esigenze di brevità. Mancano lunghe descrizioni, sostituite da brevi affreschi che riescono comunque ad essere minuziosissimi. L'autore si appoggia alle illustrazioni di Doré, che non fungono solo da abbellimento, ma sono parti fondamentali del libro, senza le quali l'opera perderebbe buona parte del suo fascino.
Il ritmo narrativo è veloce, incalzante, senza nessun punto morto: anche durante i lunghi dialoghi presenti in più parti dell'opera si ha la continua sensazione di qualcosa in movimento, mutevole, in divenire. Nulla è fermo, in questo romanzo e nel complesso il lettore viene trascinato dall'inizio alla fine in una lettura terribilmente difficile da interrompere.
Lo stile risulta vicino ai racconti e alle fiabe classiche, ma è continuamente svecchiato dall'umorismo tipico di Moers (che per certi versi ricorda Terry Pratchett), che rende il tutto molto più attuale.
Nonostante sia un romanzo per ragazzi, tocca ripetutamente argomenti come la morte, le ansie, la difficoltà del vivere e lo fa con un'ironia filosofica che fa sorridere ma che allo stesso tempo lascia sempre l'amaro in bocca. Questo lo rende un libro più che adatto anche ad un pubblico adulto, che coglierà citazioni che sfuggiranno invece ai più piccoli, e sarà in grado di assaporare le morali contenute nel romanzo in modo più maturo. Morali che ricordano quelle dure e spietate delle vecchie fiabe di Calvino e Andersen, prima fra tutte il continuo ripetere che tutti dobbiamo morire, prima o poi, che ogni attimo passato ormai è andato e che il crescere non è altro che invecchiare, avvicinandosi ogni minuto di più al momento della nostra personalissima dipartita.
Il tutto filtrato attraverso un'ironia cinica e ficcante e ad un avventuroso ragazzino di dodici anni.
Vista la brevità e il target del libro, i personaggi sono molto semplici, ma ben riusciti. Il protagonista, Gustave, è un ragazzino sognatore che non si stupisce di fronte a nessuna stranezza, o anche quando è meravigliato o intimorito reagisce con la naturalezza che solo un dodicenne potrebbe avere.
Non è mai scettico e non si mostra mai impaurito, accettando le assurdità che incrociano il suo cammino con la spontaneità dell'Alice di Carroll che vaga nel Paese delle Meraviglie. Questo non significa che non provi paura, anzi, si troverà a fronteggiare mostri, giganti, entità soprannaturali che arriveranno a terrorizzarlo. Ma Gustave ha dodici anni, uno spirito avventuroso e un'ancora non piena consapevolezza della morte e del dolore che gli rendono più facile mascherare il timore e che gli conferiscono una buona dose di incoscienza.
Questa semplicità del protagonista, insieme all'immediatezza dell'azione e al ritmo veloce conferiscono al libro un classico sapore favolistico che a tratti ricorda Michael Ende con la sua Storia Infinita.
A dare questo sapore da "fiaba autentica" contribuiscono in larga parte le ambientazioni. Moers delinea con pochi tratti un intero mondo fantastico con cupe foreste, valli spoglie e infestate da mostri, montagne impervie, mari in tempesta e molto altro, condensando in un unico libro tutte le ambientazioni tipiche dei romanzi d'avventura e fantasy, accompagnandoci in un viaggio nostalgico attraverso i paesaggi della nostra infanzia. Si, perché qualsiasi persona cresciuta come me a pane e libri ha già visto tutte queste ambientazioni nei racconti letti (o che gli sono stati letti) quando era bambino prima e ragazzino poi, e ha ora modo di rivisitarle tutte una dopo l'altra in un viaggio lungo e breve allo stesso tempo, ritrovando emozioni semplici e ingenue che raramente un libro è in grado di evocare.
Le illustrazioni di Doré sono un altro punto di forza. Realistiche e curate, ricordano quelle presenti nei libri di favole di una volta: non hanno niente di infantile, e rendono la lettura ancora più suggestiva e carica di atmosfera.
Tutto il libro è pervaso da un'atmosfera onirica e surreale, nella quale è un piacere immergersi, lasciandosi cullare in un'avventura d'altri tempi.
Il cliché narrativo del "è stato tutto un sogno" viene presto tirato in ballo, e al lettore un minimo smaliziato sarà già comunque venuta in mente questa possibilità. Ma Moers devia sapientemente il corso del racconto da questo sentiero già fin troppo battuto dal mondo letterario. Ci chiederemo presto se si tratti di un sogno o meno, come già detto il libro stesso insinuerà in noi questo dubbio. Come evitare il cliché, quindi? Semplice, ma non scontato. Al protagonista non interessa che sia tutto un sogno o meno. Il lettore, come lui, si pone la domanda, prende in considerazione la cosa e infine la accantona.
E' un sogno? Un'allucinazione? E' tutto vero? E nel caso fosse un sogno, si tratta forse di quei "mezzi sogni" tramite i quali vengono rivelati al protagonista i segreti dell'universo? Forse si o forse no. Non è importante. Ed è di nuovo un tornare un po' bambini, un dimenticare il contesto e la tangibilità della forma, per godersi solo il contenuto.

Un libro adatto davvero a tutti. A tutti i bambini e ragazzini e a tutti gli adulti che abbiano la capacità e la voglia di tornare a sognare ancora un po'.
L'edizione è splendida, con copertina rigida, pagine spesse e un formato grande: è un libro da leggere a tarda notte, mentre tutti dormono. Un po' come si faceva da piccoli, nascosti sotto alle coperte e muniti di torcia elettrica per non farsi scoprire dai propri genitori che ci avevano detto che no, non potevamo stare ancora svegli e che si, era tassativamente ora di dormire.
Lo consiglio vivamente a tutti i sognatori, giovani o vecchi che siano.

A proposito, si trattava in effetti di un sogno o questo mondo esisteva davvero? Non sta a me dirvelo. E perché dovrei, in fin dei conti? Non è importante.

Factotum

Lavori precari in un libro totalmente statico
 Tempo fa mia zia mi si è presentata con in mano un libro,dicendomi "Leggilo e sappimi dire cosa ne pensi.Me lo hanno regalato, ma ti giuro, è terribile".
Ora, mia zia è quanto di più lontano da una persona moralista e bigotta, e a parer mio ha dei buoni gusti letterari. Quindi inutile dire che dicendomi così mi aveva incuriosito non poco.

Factotum è un libro del filone "on the road", con un protagonista in perenne movimento e una narrazione fatta di piccoli episodi quotidiani. Genere che a me piace molto.
Pubblicato nel 1975 è l'opera che ha consacrato lo scrittore americano Charles Bukowski al pubblico internazionale ed è a tutti gli effetti un romanzo semi-autobiografico, nel quale vediamo un personaggio fittizio che altri non è che l'alter-ego dell'autore.
L'ho letto in appena due giorni, e ho parecchio da dire circa questo titolo, nel bene e nel male.
Henry Chinaski è un giovane americano che, dopo essere stato rifiutato per l'arruolamento nell'esercito, alla vita chiede solo quel tanto che basta per tirare avanti. Vivacchia di una miriade di lavoretti trovati spostandosi in continuazione nei vastissimi USA. Siamo ormai verso al fine della Seconda Guerra Mondiale e di lavori manuali ce ne sono in abbondanza, basta saperli trovare.
Eppure Henry non riesce a mantenerne nemmeno uno, in una vita segnata dal continuo, irrefrenabile bisogno di spostarsi in un'altra città, di trovare un lavoro diverso, di fuggire da qualsiasi legame.
Lo stile è asciutto e scorrevole, con pochi dettagli: questo contribuisce a rendere il romanzo scorrevole e leggero, si legge in un paio di giorni (se avete un po' di tempo, riuscirete a finirlo in un giorno solo). Non annoia di sicuro, intrattiene, e nonostante le descrizioni scarne si crea un'atmosfera ben definita, nella fattispecie decadente e malsana.
Ciò che definisce gli ambienti, il ritmo, l'atmosfera è il protagonista Henry. Protagonista che ho trovato insopportabile. Non so se l'autore (di cui Henry è l'alter ego) volesse cercare di  creare un antieroe, di descrivere un ribelle, un anticonformista o semplicemente di ritrarre il soggetto medio dei bassifondi americani (intento che è invece chiarissimo ad esempio nei libri di Irvine Welsh).
Se voleva solo amareggiare il lettore mettendogli in faccia una triste realtà, bè, niente da ridire.
Henry è uno spiantato senza nessuno scopo nella vita. Non ha nessun tipo di ambizione, non ha passatempi, non c'è niente che lo appassiona. L'unico fedele compagno è il vizio del bere. Non è un ribelle e non cerca nulla, vuole solo avere due soldi in tasca per comprarsi la dose quotidiana di alcol.
La cosa che più mi infastidisce di lui è che non è quel tipo di personaggio anticonformista che rifiuta di lavorare per seguire un proprio stile di vita, convinto di poter vivere a modo suo. Henry non cerca di costruirsi proprio niente, sa bene che deve lavorare per campare, ma al contempo è troppo pigro per mantenersi un posto di lavoro. Sa che il lavoro è importante ma si rifiuta di ammetterlo a sè stesso.
Di volta in volta lo vedremo farsi licenziare per motivi più o meno stupidi, che ci faranno venir voglia di prenderlo a sberle. Della serie: vuoi poltrire sul lavoro? Fallo con un minimo di furbizia.
Tra i lavori che cambia, incontra datori stronzi e datori magnanimi. credete che gliene importi qualcosa? No, a lui non importa di come viene trattato e non porta rispetto a nessuno, nemmeno a chi lo tratta dignitosamente. E' questa fondamentale mancanza di rispetto che me lo rende odioso. Ad esempio, se gli concedono di prendersi una pausa ogni volta che non c'è lavoro per andare a bersi un caffè, dopo pochi giorni lui è in pianta stabile al bar a sbronzarsi. Rispetto zero, e soprattutto zero furbizia.
Di tanto in tanto trova una donna poco schizzinosa e riesce a intingere il biscotto, ma le scene di sesso sono credibili quanto in un porno. Ora, non so come andassero all'epoca le cose in America, ma l'idea che mi entri una sconosciuta in casa e, di prepotenza, mi faccia un pompino mi sembra giusto un pelo inverosimile.
La prima volta che poi entrano in scena i genitori del protagonista, fanno la parte delle persone crudeli e insensibili (soprattutto il padre di Henry). Ad un primo sguardo ci verrebbe da bollarli come perfetti stronzi. Quando conosceremo meglio Henry ci troveremo a dar loro ragione.
La compagna di Chinaski infine è esattamente come lui: spiantata, approfittatrice, infedele, alcolizzata, senza arte né parte.
Le ambientazioni sono descritte in pochissime righe, senza spenderci troppe parole. Del resto non avrebbe senso andare a descrivere dettagliatamente degli ambienti che dopo poche pagine verranno abbandonati. E in fin dei conti, per il protagonista, sono ambienti tutti uguali: semplicemente posti di lavoro. Che siano popolati da persone odiose o affabili, che siano al chiuso o all'aperto, sempre quello sono: posti di lavoro. E come tali, poco piacevoli a prescindere.
E anche qui, ogni tanto, trovandoci a leggere di un posto di lavoro sopportabile ci viene da sputare in faccia al protagonista e chiedergli:che cazzo ti passa per la testa?!
Alcuni affermano che questi frammenti vanno a completare un quadro della realtà americana dei bassifondi: lavori diversi ma che sotto sotto sono tutti uguali. Secondo me non è assolutamente vero. Non sono i lavori e gli ambienti ad essere tutti uguali, è il protagonista che li vede come tali. E l'autore agisce di conseguenza: il lavoro per Henry non è importante, i luoghi dove lavora non sono importanti, non vale la pena descriverli. come già detto, non avrebbe senso.

di solito i romanzi "on the road" portano il protagonista -o i protagonisti- ad una crescita interiore, oppure la causano nel lettore, portandolo a comprendere la mentalità dei personaggi. In questo caso no. Il libro è breve, più un racconto lungo che un romanzo, poco più di centocinquanta pagine.
Ma credetemi, per i contenuti non sarebbe cambiato nulla nemmeno se fossero state duecento, trecento o tremila.
Henry infatti non cambia di una virgola. Non impara nulla, non si pente, non trova uno scopo, non crea legami. E non sarebbe neanche male, se lo scopo del libro fosse proporre uno stile di vita alternativo. Come già detto questo genere di romanzi spesso fanno cambiare noi, arrivando magari a farci pensare "ma tu guarda, questo vive completamente fuori dagli schemi, in mezzo alla miseria, ma è libero e più felice del borghese medio".
Non è questo il caso. Il protagonista non è felice, ma nemmeno si compiange. Non ha uno scopo ma non vuole nemmeno cercarne uno.
O meglio, lui scrive racconti brevi, che invia ad una prestigiosa rivista americana, e gli vengono sempre, puntualmente, rifiutati. Ad un certo punto uno viene accettato. "Bene!" pensa il lettore, "finalmente la sua vita cambierà, troverà uno spunto per fare qualcosa della sua esistenza!". E invece no. Anzi, i racconti non si nominano nemmeno più. Forse Chinaski è talmente legato al suo modo di vivere privo di senso che anche la sola prospettiva di poterlo cambiare lo spaventa. Perché è si privo di senso, ma anche di qualsiasi responsabilità.
E per questo personaggio totalmente irresponsabile, incapace di farsi carico anche solo della propria vita, che vive alla giornata, provare a cambiare è troppo faticoso. Non sta bene, è infelice, ma cambiare è difficile. La mentalità di un bambino di cinque anni.
C'è chi sostiene che non sia del tutto infelice. Non vedo come uno che passa il proprio tempo a tirare avanti a fatica e mediti il suicidio possa esser contento. Perché si, Henry ad ammazzarsi ci pensa. Ma, indovinate un po'? Suicidarsi è tropo complicato e faticoso, per compiere un gesto del genere dovrebbe uscire dalla fanghiglia apatica nella quale si crogiola.

Forse se fosse stato un racconto di una cinquantina di pagine avrebbe funzionato meglio. Perché questo libro non ha un inizio e non ha una fine. Non c'è un percorso. Non c'è una morale. Non c'è un intento. A cosa serve? ...boh?
Solo a vedere un pezzetto della vita di un uomo inutile e fastidioso? Henry ride della società, tratta i colleghi con sufficienza anche se spesso cordialmente, reputandoli spesso stupidi. Stupidi perché incatenati al lavoro? E si può considerare forse libero, lui, schiavo del bisogno continuo di bere e comunque sempre dipendente da una società dalla quale torna immancabilmente per procurarsi qualche dollaro? Più che un eroe, sembra un parassita.
Paradossalmente è un romanzo "on the road" nel quale regna l'immobilità più assoluta.
Può essere realistico, ma ci sono cose che funzionano nella realtà ma non sulla carta. Ne parlavo con la mia migliore amica e lei mi ha citato un personaggio di King che dice "Ho letto un articolo di giornale che parlava di un cane che dopo essersi smarrito è tornato dalla famiglia dopo dieci anni. Se proponessi una storia del genere al mio editore me la stroncherebbe immediatamente".
Perché? Pensateci un po'.

L'edizione che mi hanno prestato è l'ultima edita da TEA, datata 2012, che ci propone un tascabile economico (€ 8,00) e leggero ma sufficientemente robusto per essere ficcato in borsa.

Nonostante tutto non vi sconsiglio di leggerlo nella maniera più assoluta. Potete farlo se volete un ritratto dell'uomo più irresponsabile del mondo (anche se sono convinto che ce ne siano tanti come lui ma pensare che la totalità del proletariato americano fosse così mi sembra assurdo). E sono convinto che sia scritto bene, con un ritmo perfetto e uno stile graffiante. Ma se siete in cerca di lavoro, in questo periodo di crisi, vi verrà voglia di buttarlo fuori dalla finestra.

L'età inquieta

Anche le donne possono scrivere ottimi libri horror
Ormai dovreste sapere che adoro le raccolte di racconti. Piccoli mondi nei quali ci si può rifugiare per un breve tempo, senza impegno, ma che se scritti bene riescono a dare anche più emozioni di un romanzo.
Spulciano in libreria nel reparto horror, in mezzo a tutta la schifezza denominata "paranormal romance", alla quale darei volentieri fuoco, ho scovato "L'età inquieta", un libretto di un'autrice che non avevo mai sentito nominare.
In genere sono diffidente nei riguardi degli horror scritti da donne. E invece, leggendo poche pagine sul posto, mi sono ricreduto alla velocità della luce e l'ho immediatamente acquistato.
Documentandomi un po' ho scoperto che l'autrice, Anna Starobinec, è una stella emergente del panorama letterario horror russo. Giovanissima (è nata nel 1978, quindi ha solo 35 anni), lavora come giornalista presso i maggiori quotidiani russi, e le sue pubblicazioni hanno sempre riscontrato ottimi pareri da parte della critica.

Il libro che mi è capitato tra le mani, come già detto, è una raccolta di racconti.
Cercherò di spendere poche righe per ognuno di essi, senza svelarvi nulla di importante. Perché ognuno di questi racconti merita una piccola parentesi tutta per sè.
Formicaio
Dopo una gita primaverile al parco, Marina si rende conto che suo figlio Marks non è più lo stesso. Prima viene colpito da un'otite fulminante che si protrae per mesi, poi... inizia a comportarsi in modo strano. Piccole stranezze che man mano diventano sempre più evidenti, ma alle quali Marina si rifiuta di trovare una soluzione effettiva, spinta dall'amore materno e dall'istinto protettivo verso un figlio che si sta, lentamente ma inesorabilmente, trasformando in qualcos'altro.
Viventi
Mosca non è più quella di un tempo. E' successo qualcosa, una guerra, un'epidemia, una sommossa che ha decimato la popolazione cittadina. La protagonista è una dei pochi sopravvissuti e ha tutto quello che desidera: terra, case, denaro. Ma l'unica cosa che le importa davvero sarebbe riavere indietro il marito, morto da tempo. Grazie alla tecnologia moderna nulla è impossibile: si può benissimo comprare un androide che ne sia l'esatto clone, con tutti i pregi, difetti, vizi e ricordi. Ma sarebbe davvero la stessa cosa?
La famiglia
Dima è in viaggio verso Mosca per comprare un cucciolo di bulldog. Ha una bella vita, una famiglia, un lavoro che lo soddisfa. Ma durante la notte passata nella cuccetta del treno, qualcosa cambia: al risveglio un passeggero sostiene di essere il suocero, e un'altra perfetta sconosciuta afferma di essere sua moglie. Ma non è cambiato solo quello: Dima ha un nome nuovo perfino sui documenti. Inizialmente convinto di essere vittima di una truffa o una burla bene architettata, il protagonista scopre di essere scivolato in un paradosso che cambierà completamente la sua vita.
L'agenzia
Esiste un'agenzia misteriosa nota solo a pochi eletti che si occupa di far succede cose. Ha i migliori sceneggiatori e scrittori, centinaia di bestseller che aspettano solo il nome dell'autore, e si occupa anche di eliminare persone scomode. Ma, come ci spiega il protagonista, non si tratta di assassinii: l'Agenzia combina avvenimenti, scrive sceneggiature, manipola i fatti. Sempre restando nell'ombra.
La fessura
Non bisogna mai spiare dalla fessura di una porta socchiusa per un numero pari di volte. Perché? Perché altrimenti ne esce Dio e ti porta via con lui. La figlia di cinque anni avverte il protagonista di questa pericolosa abitudine. Ma in fondo sono solo le innocenti invenzioni e regole dei bambini... giusto?
Le regole
Tornando alle regole infantili, tutti, da bambini, abbiamo avuto le nostre regole personali: non pestare le crepe del marciapiede, camminare solo sulle piastrelle di un determinato colore e così via. Saša le prende molto sul serio. Se infrangesse le regole, succederebbero cose brutte. Cose molto, molto brutte.
L'eternità di Jasa
Una mattina Jasa si sveglia e si rende conto di essere morto. Si sente in gran forma ma è impossibile negare che il suo cuore non batte più. Assurdamente però nessuno sembra prendere la cosa con la dovuta tristezza: è anzi un'infinita seccatura avere in casa una persona di cui non si sa osa fare a livello legale e burocratico.
Io aspetto
E' possibile affezionarsi al cibo tanto da non volersene più separare? Anche se ormai è andato a male da mesi? Assolutamente si. E si può andare anche oltre, fino a sviluppare una vera e propria attrazione erotica per esso.
Questa raccolta è una boccata di aria fresca nel panorama horror attuale. I racconti sono incisivi, senza fronzoli, e in poche righe l'autrice riesce a modellare scenari e personaggi.
Le ambientazioni sono sempre curate e l'atmosfera generale è sempre opprimente, proprio come dovrebbe essere in un buon componimento horror. MA la cosa che me lo ha reso più gradevole è il fatto che il tutto sia sempre ambientato in Russia. L'autrice ha saggiamente scelto un terreno conosciuto nel quale fosse libera di muoversi dando il meglio di sè. E c'è poco da fare, si sente che non è il classico libo americano o inglese: c'è una sensibilità diversa, un'attenzione particolare ai dettagli (complice anche il fatto che a scrivere sia una mano femminile), che distanzia nettamente lo scritto da autori già noti, ai quali molti scrittori esordienti cercano di fare il verso, riuscendo solo a creare pallide imitazioni senza un carattere proprio. L'autrice conosce bene e cita Stephen King, autore dal quale prende saggiamente le distanze.
Nella maggior parte dei racconti aleggia un'atmosfera sì opprimente, ma anche sottilmente inquietante: è la sensazione di percepire che qualcosa non quadra, ma di non capirne il perché. Spesso ci verrà fornita una spiegazione e i misteri si dipaneranno pian piano nel corso della lettura, più spesso no, lasciandoci ancora con qualche dubbio.
In merito, i racconti si possono dividere in due categorie: quelli compiuti, nei quali troviamo un inizio, uno svolgimento e una fine che va a chiudere il cerchio, e quelli di atmosfera, che sono quasi degli esercizi di stile nei quali l'autrice si sbizzarrisce a creare situazioni grottesche o paradossali che non necessitano spiegazioni approfondite (come ad esempio "La fessura" e "Io aspetto").
Gli appartenenti a questa seconda categoria sono simili alle famose "creepypasta", racconti del terrore amatoriali che hanno il solo scopo di raccontare una leggenda metropolitana o di inquietare il lettore. Ma quelli di Anna hanno una marcia in più, la mano del professionista si fa sentire.
Uno dei punti di forza della raccolta è il confine sottilissimo tra quotidianità, allucinazione e orrore: non si è mai sicuri in che momento del racconto si sconfini dalla prima alla seconda e dalla seconda al terzo. Ammesso che lo sconfinamento ci sia e non si tratti solo di una costruzione mentale.
Nel complesso, le storie sono difficili da analizzare, in quanto molto diverse tra di loro sia per temi che ambientazione. E' un libro che va letto con la dovuta attenzione, poiché ci troveremo spesso di fronte a ritorsioni temporali, spiegazioni all'apparenza illogiche, flashback e flashforward, il tutto condensato in pochissime pagine. Ogni tanto c'è qualche citazione a personaggi già apparsi in racconti precedenti, ma il tutto è alterato, non combacia mai perfettamente, creando la sensazione di realtà distorta o universo parallelo.
I personaggi meritano una nota particolare: anche in poche pagine prendono volume e tridimensionalità quasi immediati. Sono persone comuni, nelle quali ci si può identificare con grande facilità, ma non per questo sono piatti, tutt'altro: sono magnificamente vivi e in pochissimo spazio viene approfondito il loro lato psicologico il più possibile. Ma, di nuovo, senza appesantire la struttura narrativa: scopriremo il loro carattere attraverso pensieri, dubbi, piccoli dettagli delle loro azioni.
Nel complesso, lo stile dell'autrice si colloca a metà tra l'horror occidentale esplicito e diretto, e le grottesche allucinazioni dell'horror orientale, creando un mix perfettamente equilibrato. In più punti si sente, fortissimo, il senso di "realtà grottesca ma accettata" che arriva dritto dritto da "La Metamorfosi" di Kafka. Il tutto con un occhio sempre rivolto alla società moderna, ai suoi problemi, al suo cinismo e alla rassegnazione dell'uomo medio.

Ve lo consiglio assolutamente. L'edizione è economica, robusta, con una grafica particolare e delle dimensioni perfette per essere infilato in borsa.
L'unico avvertimento che vi dò è: non leggete la prefazione. Quella maledetta facciata di prefazione è in grado di rovinarvi tutta la lettura in pochi minuti, svelandovi tutti i colpi di scena in una manciata di righe. Non so chi l'abbia scritta, ma ho una voglia terribile di prenderlo a sberle.
A parte questo, invito tutti a fare la conoscenza di quella che è stata definita "la regina dell'horror russo".

10,000 Cupcakes

Originale, divertente e coloratissimo
In media non recensisco libri di cucina perché, diciamocelo, cosa dovrei recensire? Le ricette? L'impaginato? La grafica? Non credo che interessi a molti.
E invece oggi farò un'eccezione, parlandovi un po' di un libricino che ho regalato alla mia ragazza per Natale.
Le piace cucinare, ma non essendo proprio un'esperta, ai fornelli, cercavo qualcosa che contenesse ricette semplici, divertenti e che non desse nulla per scontato. E magari che fosse colorato e simpatico (un libro di cucina fa piacere, ma se non è in stile "le ricette della nonna" è decisamente meglio).
Mi sono deciso per un libro dedicato ai dolci, e curiosando in libreria ne ho scartati un bel po'. Alcuni troppo scontati, alcuni troppo complessi, altri poco esplicativi, altri le cui ricette richiedevano ingredienti di difficile reperibilità.
Infine sono approdato a "10.000 Cupcakes".

Che dire di questo libretto? Che è un perfetto regalo sia per i principianti che per gente più esperta.
L'introduzione è breve e spiega chiaramente tutti gli attrezzi di cui abbiamo bisogno per la preparazione dei cupcakes: non serve molto in realtà, ma sapere già cosa ci occorre ci metterà subito nella condizione di sperimentare qualsiasi ricetta presente nel libro.
Le preparazioni proposte sono varie, coloratissime e a diversi livelli di difficoltà: da una base classica con ingredienti comunissimi spazia a cosette più sfiziose includendo essenze di fiori, semi di papavero, carote, zucca e altro ancora. Ogni tanto viene richiesto qualche ingrediente un po' più difficile da reperire, come la farina autolievitante o lo sciroppo di mela, ma in genere sono tutte cose che si possono trovare con facilità, specialmente nei supermercati ben forniti.

Ed ecco cosa lo rende unico: l'impaginato
Ma questo libro contiene davvero diecimila ricette? Bè, no.
Falsa pubblicità?
Assolutamente no.
La cosa più simpatica e innovativa del manuale è l'impaginato. Le pagine, rilegate con gli anelli, sono divise orizzontalmente in tre parti, che potremo sfogliare indipendentemente l'una dall'altra.
Nella sezione inferiore abbiamo le ricette per le basi, in quella di mezzo le creme e le glasse, e in quella superiore le decorazioni (o topping).
In questo modo possiamo combinare a piacimento le tre parti, che contengono 23 ricette ciascuna, creando appunto circa diecimila ricette diverse.
Questa impaginazione, insieme alla grafica coloratissima che combina illustrazioni e fotografie, rende questo manualetto unico. E' un piacere per gli occhi anche solo da sfogliare.
La copertina rigida e le pagine plastificate spesse e robuste lo rendono pratico da maneggiare e garantiscono una buona durate nel tempo. Non vi si sfascerà in tre giorni, insomma, a meno che non abbiate il tocco delicato di Godzilla.
Insomma, è un libro spiritoso, divertente e completo: sia che siate alle prime armi, sia che siate alla ricerca di nuove varianti alle vostre ricette, ve lo consiglio caldamente.

La scuola dei disoccupati

Una spaventosa allucinazione lucida
Ultimo post del mese, ed è di nuovo una recensione.
Novembre è andato un po' così, ho avuto davvero tanto da fare, rimedierò con dicembre, promesso.
Tornando a noi, chiudiamo il mese con una recensione di un libricino sintetico e deprimente, dello scrittore tedesco e professore universitario Joachim Zelter.
Si tratta di un romanzo distopico, ma nemmeno tanto: parla sì di una società futura, ma talmente vicina che basta allungare una mano per toccarla.
Nel non troppo lontano 2016, in Germania è stata istituita una scuola speciale, la Sphericon. Chi vi si iscrive passa tre mesi in divisa nera, isolato dal mondo, sottoposto a ore interminabili di studio, palestra e attività formative. L'indirizzo specialistico della scuola? Insegnare a trovare lavoro.
Gli studenti di Sphericon infatti sono tutti disoccupati cronici. Verrà loro insegnato ad ottenere un posto di lavoro con le unghie e con i denti, truccando i curriculum, approfittando dei necrologi nei giornali, demolendo la propria personalità promettendo loro un "nuovo inizio".
Perché il lavoro non è più un diritto, ma un privilegio. E i privilegi si conquistano.
Tra le pagine di questo libro si respira un'atmosfera grigia, deprimente, statica, ma al contempo in costante movimento. Veniamo tuffati in un lager moderno con regole ferree, ma dove non esistono prigionieri: sono tutti consenzienti e viene detto loro che possono andarsene quando preferiscono. Ma nessuno lo fa, nessuno si azzarda nemmeno a provarci.

Lo stile di scrittura è semplice e scarno così some il linguaggio usato all'interno di Sphericon. Frase brevi e concise ci accompagneranno per tutta la lettura. Non c'è spazio per nessun tipo di fronzolo, ad eccezione delle brevi boccate d'aia che ci verranno concesse durante i monologhi interiori della protagonista Karla (che più che protagonista è solo una studentessa sulla quale ci soffermeremo un po' di più).
Parlando di personaggi, non ce ne sono molti, e possiamo raggrupparli in due categorie: il personale di Sphericon e gli studenti.
La prima categoria comprende personaggi tutti uguali: brillanti, dal carattere forte, estroversi, entusiasti della vita. Che sia davvero il loro carattere o sia solo una posa necessaria al loro lavoro non ci è dato saperlo.
Dall'altra parte ci sono gli studenti, i disoccupati: tristi, grigi, deboli, senza prospettive di vita.
Il libro divide chiaramente quello che è accettabile da quello che non lo è: tutto è bianco o nero, non esistono vie di mezzo. L'unico modo per non appartenere alla categoria dei disoccupati (il gradino più basso della società, status non accettabile), è avere un lavoro.
E per avere un lavoro, gli studenti sono spronati a ricostruire se stessi. Ma non attraverso un vero e proprio lavoro sulla propria personalità, sul trovare nuovi interessi o sviluppare conoscenze, bensì reinventando la propria vita. E la vita, nell'ambito lavorativo, sta tutta nel curriculum.
Quindi, via ad inventare, rielaborare, modificare eventi e date per rendere la vita del disoccupato più impressionante ed interessante possibile. Non è necessario che si sia davvero scalato il monte Everest, si sia stati dei professionisti di rugby, c si sia laureati in astrofisica. Basta scriverlo. Un curriculum non deve essere vero, deve essere coerente.
L'individuo viene plasmato sulle menzogne, diventa un attore pronto a impersonare il ruolo che gli è stato dato.
Per uscire dalla disoccupazione bisogna avere faccia tosta, sorriso smagliante, bella presenza, non personalità o un percorso di studi qualificante.
Durante la lettura, attraverseremo un triste (e purtroppo vero, vista la realtà che ci circonda), processo di spersonalizzazione dell'individuo, all'insegna del "non conta chi sei, ma come appari". Purtroppo perfettamente calzante alla situazione lavorativa attuale.
Assisteremo ai personaggi che si impegnano alacremente lungo il loro percorso di uniformazione per essere idonei ad un posto di lavoro. Come già detto, sono tutte persone depresse, senza forza di volontà: ci viene spiegato che la disoccupazione è uno stato mentale, che nasce dall'incapacità di adattamento e di risolutezza del diretto interessato.
A parer mio, non è un'affermazione sbagliata, o almeno non del tutto.Ma l'unica soluzione proposta in questo caso è l'uniformazione totale. Il timido, il debole, l'insicuro, tutti loro non sono accettabili.
In mezzo a tutti gli altri studenti la protagonista sembra l'unica a rifiutare totalmente di applicare quanto le viene insegnato. Ma poiché come già detto nel libro non ci sono mezze misure, anche lei non fa eccezione. Arriva a Sphricon chiusa, quasi incapace di parlare per via della timidezza, con un blocco psicologico totale. Blocco che aumenta quando le viene detto che se vuole diventare parte integrante della società deve gettare tutte le sua aspirazioni, i suoi sogni, la sua vita passata e diventare una persona nuova.
Lei non compie nessun passo avanti. Non sa nemmeno lei bene il perché: non vuole. Non risponde alle domande, balbetta in modo sconclusionato, sa cosa è meglio per lei. O forse no.
Questo non fa di lei un'eroina, ma solo un personaggio irritante. Non riesce a compiere una vera e propria ribellione, è solo in grado di crogiolarsi nel suo brodo insipido senza combinare niente. Perché ha paura, perché è troppo difficile, perché non vuole. E' più facile stare zitti, restare disoccupati, non cambiare niente di sè stessi.

Come già detto, si tratta di un libro di contrasti. E' deprimente vedere i "nuovi metodi" per il recupero dei disoccupati, ma non si riesce ad essere totalmente in disaccordo. Queste persone vengono prese, viene loro data una disciplina, si insegna loro un nuovo modo di vivere e di considerare sè stessi. Ma in questo modo si fa loro il lavaggio del cervello, rendendoli solo in apparenza persone autonome; in realtà continueranno a vivere come gusci vuoti, ripetendo per tutta la vita gli schemi che sono loro stati insegnati, senza mai coltivare un interesse vero. O comunque, anche se lo coltivassero, se non fosse qualificato come utile ai fini del curriculum, sarebbe considerato una perdita di tempo.
Sebbene l'autore sia tedesco e parli della realtà in Germania in un ipotetico futuro, non sembra così distante e diverso da quello che sta succedendo qui in Italia, dopotutto.
Non è un libro che mi ha trasmesso grandi emozioni, è una lettura asciutta, sintetica, con poco spazio per i sentimenti. Ma è un libretto che fa pensare.
Confonde le idee, arrivando a convincerci che il metodo di recupero proposto sia davvero la cosa migliore, ci fa di nuovo cambiare idea facendoci arrivare alla conclusione che i sistemi utilizzati sono estremi, poi ci fa pensare che la protagonista in fondo se lo merita e che non le può fare altro che bene, per poi farci ricredere ancora.
E' un piccolo test personale che vi consiglio di provare, se ne avete l'occasione, e se avete voglia di restare con una sensazione amara in fondo alla bocca.

Drive-In (la trilogia)

Cannibalismo, tatuaggi animati, dinosauri, comete ghignanti e altro ancora
Ed eccomi finalmente a recensire Drive-In, una delle mie ultime letture.
Non sarà facile per me recensire questa opera di Joe Landsdale, scrittore statunitense ed autore di fantascienza, horror, sceneggiature per fumetti e testi televisivi: ho tanto da dire e tante considerazioni da fare, rischio di perdermici in mezzo e finire con uno sproloquio invece che con una recensione. Ma ci proverò lo stesso.

Cominciamo con il dire che in questo volume trovate:
  • La notte del drive-in -un film di serie B con sangue e popcorn, made in Texas- (1988)
  • Il drive-in 2 -non uno dei soliti seguiti- (1989)
  • La notte del drive-in 3 -la gita per turisti- (2005)
Si tratta di tre romanzi brevi (o racconti molto lunghi) di meno di duecento pagine l'uno, successivi l'uno all'altro e con il medesimo protagonista.
E' difficile recensire una trilogia senza spoilerare nulla, proprio per questo ci ho messo così tanto a scrivere questa recensione. Alla fine ho deciso di palare della trama del primo libro in modo più approfondito, mentre degli altri due accennerò solo le poche cose che potreste benissimo leggere nella presentazione in quarta di copertina del libro stesso.

I Drive-In sono quei cinema all'aperto dove il film viene proiettato su un grande schermo, e la gente assiste comodamente seduta nella propria macchina.
Siamo in Texas, nel drive-in più grande del mondo, e ogni venerdì qui si tiene la Grande Nottata Horror. Dal tramonto all'alba gli spettatori possono godersi una maratona di film pieni di sangue, mostri e ammazzamenti vari, bevendo Coca Cola e sgranocchiando popcorn.
Ma questa volta sarà diversa dalle altre. eh si, perché questa volta scenderà dal cielo una cometa rossa con una bocca piena di denti, e quando se ne andrà nulla sarà più come prima. Perché ora sembra che al di fuori della recinzione del drive-in non esista più nulla, solo oscurità.
Il gruppetto di protagonisti si trova imprigionato nel microuniveso del drive-in, dove il tempo è relativo.Presto il cibo comincia a scarseggiare, i freni inibitori pian piano cedono, le regole sociali svaniscono. E in sottofondo a violenza, cannibalismo e creature deformi, i film horror continuano a venire proiettati incessantemente.
Fermiamoci qui. So già che gli amanti dello splatter avranno già l'acquolina in bocca. E hanno perfettamente ragione.
Nei due libri successivi, senza anticiparvi troppo, posso solo dirvi che le situazioni si faranno sempre più bizzarre, mescolando elementi tipici dei romanzi horror, fantasy, di avventura e fantascienza, in un nonsense crescente supportato comunque da una trama valida e ben articolata, che va a dipanarsi lentamente.
L'autore riesce a costruire ed espandere un mondo tutto suo, governato da regole bizzarre che pare non siano sempre valide. Ma lo fa senza esagerare, senza creare situazioni scontate e riuscendo sempre a tenerci con il fiato sospeso in attesa della prossima bizzarria. Sembra quasi un mondo alla Walter Moers... riservato esclusivamente ad un pubblico adulto.
Scavando nemmeno troppo a fondo non è difficile leggere una critica (quasi una satira) sulla dipendenza dell'uomo moderno nei confronti della televisione: la scatola magica contiene la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità. E senza di essa l'uomo contemporaneo è perduto. Ha dimenticato il vivere insieme, il raccontare storie, il costruire con le proprie mani. Può tornare ad impararlo, ma appena la tentazione dello schermo televisivo ritorna, ecco che continua a ricascarci, povera pecorella incapace di intendere e volere. La televisione è il cantastorie, il messia, il pastore della società moderna.

Nel complesso, la cosa più curata e meglio riuscita è l'evoluzione dei personaggi. Le reazioni sono sempre credibili e variegate, c'è chi impazzisce, chi si sforza di mantenere la lucidità, chi abbandona qualsiasi freno morale e chi invece cerca di mantenere una parvenza di umanità. Ma tutti i personaggi, lentamente, cambiano.
E' ipnotico vedere come, in una forzata situazione di emergenza, non solo le azioni e il modo di pensare dei personaggi compia una più o meno lenta evoluzione, ma muti anche lo stile di scrittura dell'autore.
Il libro è narrato in prima persona e la trilogia copre un lasso di tempo imprecisato ma comunque lungo. E man mano che il protagonista diventa più cinico e la sua scorza emotiva si fa più dura, il modo di narrare cambia. Le volgarità aumentano ma perdono di significato, diventano parte di un nuovo linguaggio comunemente accettato.
Essendo il protagonista maschio e avendo noi la possibilità di sbirciare nei suoi pensieri, non mancheranno numerose allusioni sessuali, più o meno esplicite. Con il procedere della trama, anche la sessualità assume un altro valore. Diventa un modo per sfogarsi e perde ogni aspetto erotico, si è solo alla ricerca di una scarica di endorfine che possa distrarre per un po' dall'incubo nel quale si è immersi. E questo vale sia per gli uomini che per le donne, nessuna si fa più scrupoli a cercare una scopata, così come nessuna viene giudicata una puttana se ha numerosi partner. Cose come la masturbazione e la sodomia non sono più tabù: quando non sai se arriverai vivo alla fine della giornata i problemi veri diventano altri.
Con questo non voglio dire che il libro sia volgare o pornografico. Come vi ho già spiegato, volgarità, sesso (e violenza) a lungo andare diventano la normalità. E come il protagonista si abitua a certe scene (isteria di massa, cannibalismo, nudità), anche il modo di descrivercele cambia. Vengono usate sempre meno parole, sempre più scarne, sempre meno colorite.
E' la differenza che passa tra un beduino del deserto che descrive una nevicata mentre la osserva per la prima volta (che potrebbe suonare come "Minuscoli cristalli cadono dal cielo, gelidi al tatto ma dalle forme perfette..."), e come la descrive un norvegese ("Sta nevicando"). In un cambiamento narrativo graduale ma costante. Dopo un po' ci abituiamo anche noi senza accorgercene, adattandoci mentalmente ad un mondo stravolto e primitivo.
La trilogia si legge tutta d'un fiato (a meno che come me non vi becchiate un blocco totale nei confronti di qualsiasi tipo di lettura): lo stile è moderno, scorrevole e veloce, non ci sono punti narrativi morti o passaggi lenti, e ad ogni pagina c'è qualcosa di nuovo che allo stesso tempo ci svela un pizzico in più dell'intreccio generale, instillandoci allo stesso tempo nuovi dubbi nel cervelletto.

L'autore ha combinato in questa trilogia elementi splatter, nonsense, decine di citazioni cinematografiche, adrenalina e una buona dose di humour (soprattutto humour nero, ma che ve lo preciso a fare, dovreste aspettarvelo da un soggetto del genere).
Tra il secondo e il terzo libro l'autore si è preso ben sedici anni di pausa riflessiva. Forse non riusciva a pensare ad un modo decente di concludere il tutto. E in effetti il finale lascia un po' un sapore di incompiuto, pur dando un senso logico e una spiegazione a tutto quanto. Ma per il finale vero e proprio si poteva fare di meglio.
Nel complesso però abbiamo una splendida trilogia in salsa horror con uno spiccato sapore da B-Movie anni '80. Insomma, sembra di guardare uno di quei filmetti horror dagli effetti speciali un po' alla buona che andavano tanto di moda negli anni '80, soprattutto in America.
Quindi il mio consiglio è: non pensate al traguardo e godetevi il viaggio.
Non ve ne pentirete.

Il guardiano dei sogni

Oltre la porta che ci separa dall'Altra Realtà
Non ho avuto un granché di tempo per leggere, ma un libro del mese lo devo proporre. O meglio, nessuno mi obbliga a farlo, ma sto cercando di mantenere una certa continuità in questo blog.
Così, vi parlerò un po' e "Il guardiano dei sogni", un libretto che raccoglie il ciclo di racconti che ruotano intorno a Randolph Carter, firmato Lovecraft.
Randolph Carter ormai ha trent'anni, e ormai il mondo inizia a perdere fascino ai suoi occhi. In esso Randolph non riesce più a trovare nulla che valga davvero la pena di essere vissuto, in una società dalla quale l'avventura è scomparsa.
Decide così di forzare la Porta del Sogno ed entrare in un mondo parallelo, le Dreamlands, mondo nel quale tutto è rimasto come nella sua infanzia.
Carter affronterà una vera e propria odissea nel mondo dei sogni, a caccia di una visione che rappresenta niente di meno che la sua giovinezza, l'età d'oro ormai perduta, per riafferrare la quale è disposto a scalare montagne, viaggiare fino alla luna, affrontare creature orribili e divinità ostili.
Ma cosa succederebbe se dovesse smarrire la Chiave d'Argento, lunico mezzo per dischiudere la Porta del Sogno ed accedere non solo nel sonno ma anche fisicamente in quell'"Altra Realtà" attigua alla nostra?
Non è così semplice approcciarsi a questi racconti, se avete alle spalle solo letteratura moderna. Ancora meno se siete appassionati dell'horror contemporaneo. Per leggere Lovecraft è necessario prima di tutto entrare nell'ordine di idee che state per affrontare qualcosa di scritto tra il 1919 e il 1934.
La narrazione di questi cinque racconti si compone principalmente di lunghissime frasi che arrivano a coprire lassi di tempo anche lunghi (come settimane o mesi) all'interno della narrazione e le descrizioni non sono dettagliate come quelle alle quali il lettore medio potrebbe essere abituato. Paradossalmente tuttavia, è proprio in questo libro che l'autore descrive nella maniera più dettagliata il suo personale universo onirico, e una visione d'insieme così chiara delle Dreamlands non ci verrà più fornita in nessun componimento di tutta la sua opera omnia.
Lo stesso vale per la psicologia dei personaggi: Randolph Carter e le persone che lo circondano risultano spesso abbozzati, poco analizzati, quasi sfuggenti.
Altra caratteristica (nella fattispecie del primo racconto) è la quasi totale assenza di dialoghi; peculiarità che alla lunga può risultare tediosa, ad un certo punto si sente quasi il bisogno, tra una frase interminabile e l'altra, di qualcosa di diretto e conciso come uno scambio di battute.
Tutto questo rende la lettura ostica, ad un primo approccio. Ma andiamo oltre queste caratteristiche che per molti saranno difficili da accettare, oltre c'è un mondo intero.

Sono proprio la scarsità di dettagli, le interminabili frasi, l'ambiguità delle descrizioni, a creare le atmosfere che permeano questi racconti.
Si parla di sogni, di un uomo che si nasconde in essi, li affronta e cerca di carpirne i segreti. E i racconti hanno un sapore rarefatto, vago, sono privi di contorni precisi, di un tempo ben definito. Nonostante le composizioni più brevi siano più ricche di dettagli e meglio incasellate in un loro spazio temporale proprio, la sensazione di atmosfera sospesa permane.
Sembra davvero di immergersi in un sogno, dove tutto è possibile, non esistono veri confini e dietro ogni angolo possono nascondersi una meraviglia o un orrore. Nei sogni non esiste un tempo vero e proprio e non è necessaria una giustificazione alle nostre azioni. Così, in questi racconti, in poche righe può trascorrere un mese come pochi minuti, e il passaggio è naturale e fluido, proprio come nei nostri sogni. Cosa è successo nel lasso di tempo che l'autore ha saltato? Non si sa, e non è davvero importante, il flusso dell'attività onirica è spesso incostante e inafferrabile, e il più delle volte non c'è una vera e propria connessione logica tra il prima e il dopo.
La maestria dell'autore sta in questo. Sarebbe stato facile per lui scrivere qualsiasi cosa gli passasse per la testa (tanto i sogni non hanno logica), senza dare alcuna giustificazione. Invece Lovecraft mantiene sempre un filo logico, a tratti così sottile da sembrare quasi invisibile. Ma quel filo è sempre presente, e gli consente di mantenere l'opera su un piano concreto, sconfinando in un delirio ragionato costruito ad arte senza mai perdere le redini del proprio scritto.
Come se non bastasse, con il proseguire dei racconti si intravede man mano una trama dietro ad essi, che si fa via via sempre più concreta, fino ad arrivare all'ultima composizione, che chiude il cerchio in maniera quasi perfetta.
Quasi, perché con un tema come quello trattato è impossibile delineare un confine netto con la realtà, stabilire cosa sia realmente accaduto e cosa sia stato frutto della fantasia, così come sarebbe impossibile dare una vera e propria fine a questo ciclo.
I cinque racconti oltretutto, letti nel giusto ordine, forniscono una sorta di autobiografia dell'autore, vista attraverso un velo fantastico. Troviamo in essa infatti le sue avventure sia reali che oniriche (un acconto è basato su un sogno che Lovecraft ha realmente fatto), le critiche al suo stile di scrittura che dovette affrontare all'epoca, i suoi viaggi nel New England ed altro ancora. Tutto questo fornisce un ennesima sfaccettatura alla raccolta, rendendo ancora più ambiguo il confine tra reale e immaginario, riprendendo la similitudine tra sonno, veglia e quel limbo sottile tra i due, nel quale sembra fluttuare l'intero scritto.

Ad aiutare il lettore l'edizione include numerose note esplicative, una buona introduzione sull'autore e le sue tematiche nonché un piccolo dizionario in appendice. Che vi assicuro tornerà più che utile: nelle sue peregrinazioni oniriche Carter incontrerà un numero impressionante di luoghi e creature e dovremo sorbirci una bella quantità di nomi spesso quasi impronunciabili (come nella migliore tradizione Lovecraftiana).

Se avete tempo e pazienza a disposizione, questo libro è un buon punto di partenza per conoscere Lovecraft e i suoi incubi d'inchiostro. Leggetelo in un momento propizio, seduti in poltrona o sotto alle coperte, dedicategli il tempo che merita perché possa trascinarvi in un mondo oscuro e meraviglioso, governato da leggi arcaiche e custode di inenarrabili segreti che solo il cuore più coraggioso può afferrare.
Con questi racconti Lovecraft ha intrappolato una nube di fumo al di sotto di una campana di vetro: è inafferrabile e se cerchiamo di alzare il vetro si dissolverà... ma nulla ci impedisce di osservarla, di premere il viso contro il vetro e lasciare che la nostra mente si perda nelle sue grigie volute.

Stronzate

E' possibile filosofeggiare sulle stronzate? A quanto pare si.

Questa volta voglio parlarvi di un libretto dal titolo poco elegante che esula completamente da quanto recensito fino ad ora; non si tratta infatti di narrativa, bensì di un saggio.
"Stronzate" è datato 1986, ma è stato proposto sotto forma di libro solo nel 2005. In esso l'autore, Harry Frankfurt, si sottpone ad un esercizio stilistico atto a definire il più concretamente possibile che cosa siano le stronzate ("bullshit" in inglese).
Fankfurt non è il primo arrivato in merito a filosofia: è docente presso al Princeton University dal 1990 e sebbene il saggio sia antecedente, è tangibile che sia stato scritto da qualcuno con una buona cultura nel campo.
Ho parlato di "esercizio stilistico" perché in realtà quale utilità potrebbe mai avere il riuscire a classificare con chiarezza le stronzate? C'è chi può dire che ci aiuta a difenderci da esse, ma chiunque non abbia una palla di fango al posto del cervello è in grado di fiutare una stronzata e agire di conseguenza.
Quindi il tutto si riduce a un virtuosismo fine a se stesso, ma devo ammettere che si tratta di un virtuosismo ironico, dissacrante e incredibilmente divertente.

Frankfurt inizia con il distinguere il dire stronzate dal mentire.
La menzogna è un'affermazione deliberatamente falsa. Il che include che il bugiardo sia a conoscenza della verità e la alteri a suo piacimento, per uno scopo personale. Anche qui l'autore distingue i bugiardi "per profitto" e quelli "puri", che mentono per il puro piacere di mentire.
La stronzata, come la menzogna, ha uno scopo ben preciso, ma non è quello di alterare i fatti. La stronzata mira a modificare l'opinione che abbiamo di una persona (nello specifico, di chi spara la stronzata).
Ma a differenza della bugia, la stronzata non richiede la conoscenza a monte dell'argomento. E anche se vi fosse, è necessario un disinteresse per essa.
Altra qualità distintiva delle stronzate è il loro essere "grezze" e mal confezionate, proprio come gli escrementi. Quando si deve sparare una stronzata, è meglio spararla grossa.
Tutto il contrario della bugia insomma, che per essere ben fatta deve anche essere pianificata, studiata e non esagerata, altrimenti non regge.

Mi spiego meglio.
Potrei affermare che "la produzione odierna del caffè è immorale perché costa la vita ogni anno a migliaia di braccianti".
Questa è senza dubbio una stronzata.
Sarebbe una menzogna se io sapessi quante persone muoiono annualmente nel processo di produzione del caffè e alterassi tale informazione. In realtà questi dati non li conosco ma il punto focale è che non mi interessa. Non me ne frega nulla di quante persone crepano nel ciclo produttivo del caffè, nè ho intenzione di scoprirlo.
Ciò che sto cercando di ottenere è la vostra attenzione, spingendovi a pensare che io sia una persona a cui sta a cuore la salute dei braccianti che si guadagnano da vivere raccogliendo chicchi di caffè.
Notate oltretutto che non ho detto "decine di braccianti", né "centinaia di braccianti". "Migliaia di braccianti" è l'ideale: attira di più l'attenzione e fa decisamente più colpo, per quanto risulti meno credibile.
Nessun interesse per la verità, ricerca di impressionare il lettore o l'ascoltatore e confezionamento grossolano sono quindi i tre tratti caratteristici della stronzata.

Ma visto che, in senso lato, potremmo dire che le stronzate siano sostanzialmente meno "maligne" delle bugie, sono anche meno pericolose?
Assolutamente no.
Proprio perché più grossolane e smascherabili le stronzate vengono sottovalutate e in genere perdonate. Con il risultato che viviamo in un mondo dove la percentuale di stronzate con le quali veniamo a contatto (e alla quale contribuiamo anche noi), cresce visibilmente di anno in anno. E si fa sempre più fatica a dar loro il giusto peso, a ignorarle o a riconoscerle per ciò che realmente sono.
Noi gente comune ci troviamo a spararne sempre di più perché la società ci impone sempre più spesso di parlare di argomenti dei quali sappiamo poco o niente. E pur di non venire estraniati o di fare brutta figura, diciamo le prime stronzate che ci passano per la testa.
Il che mina alla base la nostra curiosità, elemento fondamentale della crescita personale dell'individuo (ricordiamoci infatti che la stronzata prevede il disinteresse per la verità o la conoscenza dell'argomento trattato). E' la curiosità che ci permette di diventare un essere umano diverso dal modello standardizzato che prevede la medesima cultura spicciola, gli stessi interessi e le stesse opinioni.
Ma al di fuori della nostra piccola sfera personale, le stronzate ci bombardano: la pubblicità e il web in primis (entrambi territori contaminati di stronzate a livelli colossali), ma anche i libri, il cinema e soprattutto i nostri amati politici.
La definizione di stronzate infatti di applica benissimo a quello che esce loro di bocca: non gli importa della verità dei fatti, gli importa di essere eletti. Mi sembra un esempio lampante.

L'edizione italiana è davvero buona. La traduzione è stata ben curata ed è ricca di note per spiegare i giochi di parole non sempre traducibili nella nostra lingua, ma non tanto da rallentare ed appesantire eccessivamente la lettura.
Il formato è piccolo, compatto ed elegante, con copertina rigida e stampato su carta spessa con un'ottima grammatura. La rilegatura a filo è un ulteriore tocco di eleganza, che ormai si trova raramente e che io non manco mai di apprezzare.

Vi consiglio di leggere questo libretto come esercizio mentale e per una bella boccata di cinismo sarcastico e spassoso. Sempre tenendo in considerazione che questo breve saggio, qualora l'autore non intendesse davvero esaminare l'essenza delle stronzate e la verità dietro ad esse per interesse o per divertimento e volesse solo dare l'impressione di essere erudito, spiritoso e di fare cassa, si ridurrebbe ad una stronzata anch'esso.

Tideland

Una fiaba moderna, distorta e veritiera al tempo stesso
 Penso abbiate notato che ultimamente recensisco pochi libri.
Il motivo principale è che incappo o in libri che non stuzzicano particolarmente la mia voglia di recensire, oppure in libri dei quali avrei da dire troppo, con il risultato che la mia pigrizia mi toglie qualsiasi voglia di mettermi a scrivere.
Questo mese qualcosina ho letto (anche se poco rispetto ai miei standard), e ovviamente non mi va di recensirlo. Sono articoli che di sicuro arriveranno più avanti, quando avrò voglia di mettermici.
Così ripesco un libretto che ho letto anni fa e ve ne parlo un po'.

All'epoca ho comprato Tideland completamente a caso. Mi piaceva la copertina, mi piaceva la trama, e l'ho provato.
Si tratta di un romanzo drammatico dell'autore statunitense Mitch Cullin pubblicato nel 2000, dal quale è stato tratto un film dal titolo omonimo nel 2005.
Jeliza-Rose è una bambina dalla situazione famigliare disastrosa: entrambi i genitori sono tossicodipendenti e disoccupati. Non possiede giocattoli al di fuori di tre teste di Barbie, e assolve ai suoi piccoli doveri domestici (massaggiare le gambe gonfie della madre, sterilizzare le siringhe e preparare le dosi ai genitori) come una brava donnina di casa.
Ma la sua vita prende una piega diversa quando la madre muore di overdose. Per non farsela portare via dagli assistenti sociali il padre fugge con la bambina in un casolare nel Texas, in mezzo al nulla.
Jeliza si sente in paradiso: può mangiare e lavarsi quando vuole, nessuno la sgrida, può esplorare un mondo nuovo e sconosciuto. Anche se il padre, un giorno, sedutosi in poltrona per pensare, non si alza più, e presto comincia a coprirsi di macchie violacee e ad ammorbare la casa con terribili "puzzette".
La bambina si trova completamente sola, ma non sembra esserne spaventata: è un'avventuriera coraggiosa, lei. C'è tanto da esplorare: i campi, i boschi, i binari del treno, l'enorme casa decadente, e gli strani vicini di casa le forniscono tutto l'intrattenimento necessario.
Anche se il burro di arachidi è quasi finito, non c'è acqua corrente in casa e le formiche hanno mangiato le ultime fette di pane.
Il tema dell'immaginazione infantile mi ha sempre affascinato.
Dopo un breve flashback, incisivo e potente come una mazzata sulle ginocchia, ci ritroviamo nei panni di una bambina orfana che non si rende affatto conto della situazione. O forse in parte ne è consapevole, ma le sue naturali difese psicologiche distorcono la realtà per renderla accettabile.
I bambini emarginati e soli tendono a parlare con i loro giocattoli e a costruirsi un mondo di fantasia.
Ed è quello che fa anche la protagonista: le teste delle Barbie sono le sue coraggiose amiche, e l'orrore che la circonda sembra non riuscire a toccarla.
si rinchiude in un mondo immaginario che, visto dagli occhi di un adulto, è raccapricciante: la bimba parla con il cadavere del padre, interagisce con i vicini ritardati e vive nei boschi come una piccola selvaggia, il tutto come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Non lo trovo così esagerato: in situazioni estreme i bambini dimostrano delle risorse insospettabili e spesso incomprensibili per una mente adulta.
La narrazione è spesso lenta e onirica, e il punto di vista della bambina è reso davvero bene. Non ci sono descrizioni disgustose o spaventose, anzi, la scrittura è delicata e tutto è circondato da un alone magico, e le pagine scorrono via in fretta.
Il che, per contrasto, ce lo rende ancora più inaccettabile e conferisce al libro toni vagamente disturbanti e gotici.
Oltre alla protagonista ci sono pochi personaggi, che conosceremo solo attraverso gli occhi della bambina. Potremo farcene un'idea vaga, sia di loro che dell'ambiente circostante, visto che tutto è filtrato e ci appare distorto. Ma questi scenari vaghi ed edulcorati a sproposito (ricordiamoci che l'inconscio di Jeliza sta lavorando a pieno regime per mantenere la sanità mentale), queste situazioni surreali, questi personaggi spesso grotteschi, ci faranno fare un bel salto all'indietro, riportandoci alla nostra stessa infanzia.

Molti hanno descritto questo libro come un omaggio ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Di sicuro ci sono citazioni al libro di Carroll, ma non penso affatto che questo romanzo vi sia stato "costruito" sopra. E' bello pensare a Jeliza come ad un'Alice moderna, finita in un Paese delle Meraviglie che a noi appare totalmente sbagliato, ma che per lei è solo misterioso e meraviglioso. Ma il punto focale nel libro non è questo: vi consiglio di godervi le citazioni a Caroll (prima fra tutti la tana del coniglio) come fini a sè stesse e a cercare in questo romanzo qualcos'altro.
Infatti la situazione rappresentata, sebbene appaia esagerata, è purtroppo un'effettiva realtà. E, guardando oltre al problema principale della tossicodipendenza, ci si rende conto di come il personaggio del padre sia incredibilmente moderno e fin troppo comune: un uomo invecchiato nel corpo ma non nella testa, che vuole fare la rockstar a quasi settant'anni. Un disadattato sociale fondamentalmente innocuo (e per molti versi simpatico), che nonostante i propri fallimenti ama sua figlia.
Ma la ama di quell'amore egoistico fin troppo comune ai giorni nostri, che non pensa al bene della bambina, ma al proprio. Simile a quello delle coppie che nonostante sappiano che se avessero un figlio potrebbe nascere deforme o ritardato, di quelle donne che a sessant'anni vogliono fare figli, di quelle famiglie che pur avendo la disponibilità economica per adottare un bambino ne vogliono a tutti i costi uno "loro". Come dicevo, è una forma di egoismo mascherata ma molto, molto comune.
Il libro porta alla luce anche il fatto puro e semplice che non bastano una madre e un padre per allevare un bambino in modo sano.
E, marginalmente, che un bambino riesce ad adattarsi sorprendentemente bene a ciò che lo circonda, per quanto orribile o disturbante, facendolo rientrare nella propria quotidianità.

Globalmente è un libro delicato e incredibilmente amaro. Da un lato è piacevole poter vivere di nuovo attraverso gli occhi di un bambino e tornare ai tempi nei quali tutto era facile, tutto era mistero, tutto era magia.
Ma non possiamo goderlo appieno, tormentati dalla parte matura e razionale del nostro cervello, che ci ripete in continuazione quanto sia sbagliato ciò che stiamo leggendo. E che, in parte, ci ricorda che quei giorni per noi sono ormai finiti.

Notte buia, niente stelle

Ci sono scelte che cambiano la vita per sempre

A quanto tempo fa risale la mia ultima recensione libresca? Eh, un po'.
Non perché abbia smesso di leggere, ma perché mi ero impantanato in un mattone di ottocento pagine di una pesantezza immane. Bellissimo, attuale, agghiacciante, ma pur sempre un mattone.
E ovviamente sono troppo pigro per recensirlo, così vi dico due parole sul libro che ho letto dopo, quattrocento pagine divorate in due giorni.

Come devo avervi già etto, sono un grande appassionato di Stephen King. Amo il suo modo di scrivere, la gestione delle trame, i soggetti, i personaggi. Ciò non significa che mi tutti i suoi libri, alcuni mi hanno lasciato deluso, altri mi sono piaciuti di più. E' un essere umano anche lui e ha scritto le sue cagate, come sono un essere umano io e sono perfettamente in grado di appezzare una cazzata e di storcere il naso di fronte ad un libro magari migliore. Quindi, si parla sempre di punti di vista (per quanto l'obiettività letteraria esista eccome).
Una delle ultime raccolte di racconti di King, "Al Crepuscolo", mi aveva deluso profondamente, così ho aspettato un bel po' prima di leggere l'antologia successiva.
Nel fattempo poi ho letto "Scheletri", una raccolta di racconti a dir poco superba, quindi le mie aspettative erano calate a picco.
Invece questo "Notte buia, niente stelle", mi ha piacevolmente sorpreso. Mi sono trovato tra le mani un prodotto buono, davvero buono, nel quale il Re ha saputo dimostrare ancora una volta la sua abilità nei racconti brevi.

Come prima cosa, come sempre, vediamo le trame.

1922
Cosa fareste se vostra moglie volesse vendere la terra di sua proprietà ad una ditta che la trasformerebbe in un porcile industriale, facendovi svegliare tutte le mattine con la puzza di maiale e inquinando l'acqua del ruscello di viscere ed escrementi? Accettereste la proposta di lei di vendere in blocco l'attività che vostro padre ha messo in piedi con tanta fatica per trasferirvi in una città che appare ostile e sconosciuta?
Siamo nel secondo decennio del '900 e Wilfred, contadino orgoglioso delle proprie radici anche se non stupido, è irremovibile: non può accettare una proposta del genere. Presto il modo più semplice per mettere fine al diverbio che sta intaccando il proprio matrimonio (nonché, a parer suo, il proprio futuro e quello del figlio) diventa chiaro: la moglie deve sparire.
Ma convivere con le mani sporche di sangue e il senso di colpa di aver coinvolto e forse rovinato per sempre anche un ragazzino di soli quattordici anni, rendendolo complice dell'omicidio della madre, non è facile. Può portare alla pazzia, ad allucinazioni e notti insonni.
Ma forse, in fondo in fondo, non si tratta solo di allucinazioni.


Maxicamionista
Cosa fareste se al ritorno da un viaggio tranquillo veniste assaliti da uno sconosciuto energumeno, picchiati, derubati, violentati e poi, dopo essere stati percossi a sufficienza da far pensare al vostro aguzzino di avervi ormai ammazzato, gettati in un fossato?
Tess è ormai sulla quarantina e di professione fa la scrittrice. Al ritorno da una conferenza incontra un uomo il quale, dopo essersi offerto di ripararle l'automobile con una gomma a terra, la malmena, la stupra, la strangola e si disfa del corpo. Per sua sfortuna lei non è morta.
Inizia così nella donna un percorso interiore di trasformazione fatto di paura, vergogna e odio, che la porterà a scoprire che il giorno di quella violenza la vecchia sè stessa è morta. Ora in lei c'è una Tess nuova, una donna fredda e spietata, piena di rancore, alla quale non basta denunciare l'accaduto alla polizia; una donna che vuole farsi giustizia da sola per avere la soddisfazione di regolare i conti in prima persona.


La giusta estensione
Cosa fareste se a nemmeno metà della vostra vita vi fosse diagnosticato un cancro incurabile e un giorno trovaste per strada uno strano vagabondo che vi promette di potervi allungare la vita in cambio di... qualcosa?
E' quello che succede a Streeter, che ha ormai di fronte a sè solo sei mesi di vita, che si prospettano come un inferno di dolore. Sposato e padre di due figli, si è rassegnato al suo destino, quando incontra un tipo bizzarro che si offre di vendergli un' "estensione di vita". Cè un prezzo da pagare però, e non sono solo i soldi, bensì la rovina di una persona a discrezione del protagonista, con la condizione che la conosca bene.
La diffidenza iniziale presto si trasforma in curiosità e in fin dei conti perché non provare?


Un bel matrimonio
Cosa fareste se un giorno scopriste che la persona con cui siete sposati da trent'anni è in realtà un serial killer?
Darcy e Bob hanno condiviso anni di felice vita coniugale, finché una sera lei non si imbatte in prove inconfutabili della colpevolezza del marito in merito a una serie di omicidi avvenuti nel corso degli anni.
Ce fare? Far finta di niente per tutelare i figli? Denunciare tutto alla polizia? Il marito non è in casa e la donna, sconvolta, si trova con addosso un macigno troppo pesante da sostenere: la rivelazione di aver condiviso la vita con un assassino psicopatico che, forse, un giorno potrebbe decidere di essersi stufato anche di lei.


Ho cominciato le quattro trame con quattro domande, e non a caso. I racconti infatti parlano tutti di scelte: scelte sbagliate, scelte giuste, scelte pericolose, scelte egoistiche e scelte sofferte.
I protagonisti si trovano tutti in un vicolo cieco, con le spalle al muro. E' il momento di fare una scelta o di scivolare nell'inferno. A volte la scelta peggiora le cose, più spesso, nei racconti come nella nostra vita, le cose peggio di così non possono andare, o almeno a noi sembra così.
Ma scegliere è difficile, e c'è sempre una pare di noi che vorrebbe rintanarsi al calduccio in un angolo accogliente e dire "fate voi". Farsi guidare come un gregge di pecore è più semplice che prendersi la responsabilità delle proprie azioni, ma talvolta è doveroso agire. E noi, abituati ad avere accanto un metaforico cane-guida, non ci sappiamo autogestirci, e una scelta importante diventa un salto nel vuoto senza paracadute.
con conseguenze spesso disastrose.
In questo libro ritorna l'abilità del Re nei racconti brevi, con personaggi incisivi e mai tratteggiati approssimativamente. Tornano ancora una volta i personaggi femminili tipici dell'autore, donne mature e sicure di sè (leggendo King mi sono fatto un'idea di come debba essere sua moglie).
Il ritmo è incalzante. L'antologia si apre con un racconto che ha un pizzico di paranormale, parte lento e si sviluppa in crescendo, poi ci propone un secondo brano in puro stile thriller, di tensione dall'inizio alla fine, un terzo pezzo breve, egoistico, con un intervento paranormale fondamentale ma non invasivo, e si chiude con uno spettacolare racconto che si svolge praticamente tutto all'interno della mente umana, quasi privo di azione, fatto di bugie e verità nascoste.
Dire che ho divorato questo libro è dire poco. E' una piccola perla che parla dei lati oscuri delle persone, di cosa è in grado di fare un uomo (o una donna) se messo con le spalle al muro. C'è chi scivola nell'egoismo, chi nell'amore, chi nella rabbia e nell'odio, chi si aggrappa ai ricordi.
Ma alla fine c'è sempre, dentro ognuno di noi, un oscuro Mestatore che se ne sta sempre in agguato, a rimescolare i nostri sentimenti e a sguazzare nel torbido, pronto a darci la spintarella necessaria per afferrare un coltello o una pistola e farla finita con quell'individuo che ci rovina la vita e l'umore.
Al confronto il Diavolo tentatore è ben poca cosa: se ci ha mai tentato ha smesso di farlo da tempo. Non ne ha bisogno.
E' nella notte buia dell'animo umano, quando anche l'ultima stella si è spenta, che si risvegliano la vera malvagità e la vera perversione.
Non centrano nè Dio nè il Diavolo, noi esseri umani siamo marci per conto nostro.
E' per questo che facciamo più paura noi di loro.