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Brave

Questo non me lo potevo perdere

La Disney Pixar in questi anni ha sperimentato parecchio. E dopo un film con protagonista un robottino praticamente muto e un altro dove ad essere sotto i riflettori è uno scorbutico ottantenne, ha sfornato un altro lungometraggio unico nel suo genere: Brave.
Uscito in Italia pochi giorni fa con il titolo di "Ribelle - The Brave" (orrore), è un film pioniere nel suo campo, in quanto è il primo film Disney con una protagonista femminile assoluta. Per intenderci, ci sono cartoni animati che vedono il gentil sesso nel ruolo primario (come il recentissimo Rapunzel), ma la signorina di turno è sempre accompagnata da una spalla maschile con una presenza molto forte e c'è sempre di mezzo una storia d'amore.
In Brave no.
Io è dall'uscita del primissimo teaser trailer che lo tengo d'occhio, e mi sono precipitato a vederlo il giorno d'uscita stesso.
Devo dire che dai vari trailer la storia del film appariva confusa (almeno a me), e non avevo capito esattamente il soggetto. Ma me ne sono fregato, io amo i Celti e la Scozia e i kilt e le cornamuse, non poteva non piacermi. Ma a beneficio pubblico, ecco il soggetto in poche righe.
Merida è la figlia primogenita di un re scozzese che fa a guida a quattro diversi clan. L'equilibrio tra di essi è precario, e la pace è mantenuta solo grazie a matrimoni combinati per rinsaldare il legame di sangue tra i clan.
La regina è tutta la vita che sta preparando la figlia a quello che è il suo dovere primario: il matrimonio. Peccato che a Merida le lezioni di arpa, il canto, la recitazione, la storia, la bellezza e i vestiti interessino davvero poco: ha lo spirito battagliero e focoso del padre e appena può passa le giornate a cavalcare per la foresta e ad esercitarsi con l'arco.
Arriva il giorno in cui la ragazza deve scegliere lo sposo.Lei, che di matrimonio non ne vuole sentire parlare, offende i capiclan, litiga con sua madre e fugge.
Nel folto della foresta trova una strega e la convince a prepararle una pozione che cambi sua madre e il proprio destino, ma non ha la minima idea di quanto grossi siano i guai che sta per provocare.
La trama è bella e ben costruita, con tanti momenti divertenti e, in piena tradizione Disney, con gag accessibili a tutti e altre invece che saranno apprezzate da chi ormai è adulto.
I momenti umoristici sono ben bilanciati da quelli seri e infilati nella trama ad arte: non ci sono siparietti comici fini a sè stessi, oltre che a numerose citazioni a "La spada nella roccia"(che nostalgia).
Una curiosità: il film è in memoria di Steve Jobs, e uno dei capi clan è stato chiamato "Macintosh" (io ho riso davvero tanto, se non la capite peccato per voi).
L'animazione, inutile dirlo, è spettacolare: persone e animali, nonostante siano caricaturali, hanno movimenti fluidi e realistici, in particolar modo i cavalli. Sono meno stilizzati che nel precedente Rapunzel, e hanno una resa a dir poco spettacolare.
I toni del film si basano sul verde, grigio e marrone, catapultandoci direttamente nell'antica Scozia delle leggende, aiutati dalle musiche (non spettacolari ma comunque curate), ricche di flauti e cornamuse: l'atmosfera è garantita.
Dopo questa introduzione un po' qualunquista della quale mi interessava relativamente, passiamo al succo vero e proprio di questa recensione.

Qui in Italia il film ha sollevato una marea di critiche. C'è chi è arrivato ad affermare che Merida, la protagonista, sia lesbica o inciti le ragazze all'omosessualità.
Si è detto che questo film dà un modello comportamentale sbagliato di ribellione e che sproni le nuove generazioni ad andare contro la volontà dei genitori.
Io non mi capacito di dove abbiano visto messaggi del genere.
La morale del film è ben diversa: quella più immediata e banalmente riconoscibile a prima vista è che genitori e figli dovrebbero ascoltarsi di più a vicenda.
I figli dovrebbero essere più aperti al dialogo, senza bollare quelle che possono sembrare imposizioni prive di senso come "crudeltà", e senza dare per scontato che i genitori non possano capire perché "vecchi". Genitori che, dal canto loro, dovrebbero argomentare le proprie scelte, andando oltre il semplice "decido io perché ho più esperienza e perché è per il tuo bene", ed essere aperti verso le idee della controparte: non è detto che solo perché un figlio è giovane non possa avere voce in capitolo su un argomento.
Quindi per me il messaggio è chiaro: il dialogo aperto (da entrambe le parti) e la comprensione reciproca sono la chiave per evitare che la situazione degeneri.
Il secondo messaggio, un po' più nascosto, è anche più importante del primo, ovvero: una ragazza per essere felice e avere uno scopo nella vita non ha bisogno di un ragazzo.
E' una morale importante, soprattutto di questi tempi nei quali se una ragazzina arriva vergine in prima superiore è una perdente (Loooooser con la L maiuscola).
Vedo sempre più ragazzine e ragazze quasi ossessionate dall'idea di avere un partner accanto: ragazzuole care, non ne avete mica bisogno, ci sono tante altre cose nella vita che possono dare più soddisfazioni e meno rogne.
Merida, al contrario di quanto i polemici alla ricerca di doppi sensi si ostinino a sostenere, non vedo come possa essere lesbica. Se una ragazza non vuole sposarsi è per forza omosessuale o zitella? Siamo DAVVERO fermi ancora alla convinzione che lo scopo più alto di una donna siano il matrimonio e i figli, e se una non è interessata allora ha qualcosa che non va?
Oltretutto, la protagonista non rifiuta il matrimonio "perché no": non vuole che le si imponga uno sposo, vuole sceglierselo da se e comunque non in quel momento, perché non si sente ancora pronta.
Come già detto, è una morale a mio avviso estremamente positiva: ragazze, non trovatevi un fidanzato per moda, per tradizione, per un qualsiasi motivo che sia diverso dall'aver trovato al persona giusta. E se non arriva oggi, pazienza, arriverà domani. Non è il caso di farne un'ossessione o un dramma, perché non è l'avere o meno un partner che cambia la vostra vita o vi rende delle persone migliori.

Questo film d'animazione è andato controcorrente, proponendo un personaggio femminile totalmente diverso dalla principessa precedente (Rapunzel), o da tanti altri personaggi già emancipati a modo loro, ma ancora non così forti. Per citarne qualcuna, vi ricordo Jasmine che scappa di casa per evitare il matrimonio combinato ma che alla fine si innamora; Belle, intelligente e colta che comunque sogna il principe azzurro; Ariel che per inseguire il principe di cui si è innamorata finisce in un sacco di casini... e potrei continuare.

Brave resta fedele al suo titolo sotto tutti gli aspetti: non è solo Merida, è il film stesso ad essere coraggioso e a portare una ventata di novità nel panorama del modello femminile all'interno del cinema d'animazione, seguendo la naturale evoluzione delle morali "necessarie" per crescere un figlio con i giusti principi.
La nostra società si è evoluta ed era ora che anche il cinema d'animazione seguisse questa tendenza: ormai le principesse della vecchia generazione hanno perso la loro forza di insegnare ai bambini (e soprattutto alle bambine) che le guardano la giusta condotta da seguire. Semplicemente perché i tempi sono cambiati e l'ideale di vita si è trasformato nel tempo: una ragazza e una donna possono essere forti e indipendenti, senza avere un uomo al loro fianco e coltivando le passioni che più le attirano.
Ad ogni generazione le sue principesse insomma, e basta donne relegate in cucina.

La collina dei conigli

Scordatevi la Disney, qui non c'è niente da ridere

E' Pasquetta, oggi saranno tutti in giro a cazzeggiare con la famiglia, gli amici, o il partner. Invece io, afflitto dai lavori di ridipintura totale della casa, me ne sto qui come un cretino.
Oh bè, pazienza, scrivo qualcosa qui.

E visto che appunto è Pasquetta, oggi parliamo di conigli!
In particolare di un lungometraggio animato che da piccolo mi ha suscitato non pochi incubi (nonché credo sia parzialmente responsabile della mia odierna fobia nei riguardi di questi animaletti): La Collina dei Conigli.
Tratto dall'omonimo romanzo (il cui titolo originale è Watership Down), il film è datato 1978, prodotto in Gran Bretagna, e non ha nulla a che vedere con i cartoni animati super edulcorati a cui sono abituati i bambini di oggi.
Rispetto al libro è stato tagliato parecchio e leggermente modificato, pur restando un film di oltre un'ora e mezza, lunghezza che per un cartone animato è notevole.
Tuttavia, lo sceneggiatore ha operato i tagli sapientemente, aggiungendo qualche piccolo accorgimento, senza omettere nessuno dei punti chiave e restituendo un prodotto fedele alla controparte cartacea.

In molti paesi, alla sua uscita, questo film è stato censurato a causa della violenza. Sono infatti presenti molte scene di combattimento con sangue a volontà, nonché passaggi con cromie e narrazione che, per il bambino medio, risultano disturbanti.
Questo non gli ha impedito di essere nominato nel 1979 per lo Hugo Awards come miglior film drammatico, e di essersi guadagnato, nel 2004, il 47° posto nella classifica dei migliori film inglesi di sempre.

La trama è semplice: in una conigliera inglese (non un allevamento, una comunità selvatica), un coniglio visionario, Quintilio, ha una premonizione circa un disastro imminente che porterà alla morte tutti i suoi compagni. La soluzione è una sola: fuggire e cercare un posto migliore dove vivere.
Inizialmente, l'unico che gli darà ascolto sarà il fratello Moscardo, ma in breve raduneranno un piccolo gruppo di fuggiaschi disposti a lasciare la comunità.
Inizialmente ostacolati dall'Ausla, il reparto per il mantenimento dell'ordine all'interno della conigliera, il piccolo gruppo formato da otto individui riuscirà nel suo intento, lasciando il luogo natio ed iniziando un viaggio attraverso la campagna inglese.

Un incipit così terra terra presto si sviluppa in qualcosa di epico.
Guidati solo dalle visioni di Quintilio, presto dovranno affrontare numerosi ostacoli: i predatori, le trappole dell'uomo, la mancanza di femmine all'interno del gruppo, la rivalità di altri conigli e il dubbio che presto inizia a serpeggiare tra loro circa la follia di quel viaggio. Ma, soprattutto, devono sopravvivere.
Sebbene nel film manchino le minuziose descrizioni dei rituali e delle abitudini dei conigli presenti nel romanzo di Martin Rosen, abbiamo un quadro vivo di una piccola realtà che diventa metafora della società umana, con le proprie superstizioni, tabù e leggende.

I personaggi sono sviluppati più che bene, e il carattere di ognuno di essi è credibile e curato. Ne sono stati omessi molti, ma a mio avviso non è stata una scelta infelice: con i limiti di tempo imposti da un lungometraggio animato, meglio avere meno personaggi ma caratterizzati in modo eccellente che non l'intero repertorio appena abbozzato.
Ma non preoccupatevi: di personaggi ce ne sono comunque tanti, tutti diversissimi tra loro.

Nel complesso, l'atmosfera del film è cupa. Sebbene l'animazione risenta dell'età e dei limiti economici, osa evidente soprattutto nel labiale del parlato (questo film non ha avuto nemmeno lontanamente il budget di una produzione Disney), gli artisti che ci hanno lavorato hanno compensato con splendidi fondali.
I tratti spesso incerti, acquerellati e i colori spenti ricreano alla perfezione le atmosfere fosche della campagna inglese. Del resto, chi meglio di un team di inglesi poteva dipingere un tale scenario?
Oltretutto, tutto è presentato a misura di coniglio: vediamo attraverso i loro occhi e tutto sembra ingigantito, oscuro, ignoto e spaventoso.
Ogni tanto -raramente- la vista spazia su un paesaggio assolato, e ci viene concesso un sospiro di sollievo, dopo le sequenze buie e opprimenti che costituiscono la maggior parte del film.
In netto contrasto invece sono diversi passaggi onirici e visionari, che prediligono sopra tutti gli altri il rosso, a partire dalla prima sequenza di apertura. E' il rosso del sangue e della paura: rapportati al resto del film, questi passaggi hanno un incredibile impatto visivo ed emotivo, mettendo in moto un'ansia e un'oppressione quasi disturbanti.

Menzione speciale, infine, va alla colonna sonora. Le musiche sono calzanti e studiate a pennello. Tra tutte spicca Bright Eyes, di Art Garfunkel, una splendida ballata che all'epoca arrivò al primo posto delle classifiche inglesi.

Io consiglio caldamente questa perla dell'animazione. E' un prodotto unico nel suo genere, drammatico, onirico e violento, che sono sicuro vi colpirà, nel bene o nel male.

Cortometraggi animati lovvosi


Eeeee... è San Valentino.
Non amo particolarmtne questa ricorrenza, semplicemente perché penso che non ci sia bisogno di una ricorrenza per scambiarsi regalini e pensare al proprio partner.
In ogni caso... ho raccolto qui per voi i miei cortometraggi animati preferiti a tema amoroso.
Quindi, guardateli e fate i bravi amorini. Da domani tornate ad essere normali, mi raccomando.








THERE SHE IS!

L'Ultimo Unicorno

Un pezzo della mia infanzia. Quanti ricordi, cacchio.

Oggi rispolvero un pezzo della mia infanzia, facendo conoscere anche a voi il mio lungometraggio animato preferito (ora come da bambino): L'Ultimo Unicorno.
All'epoca lo avevo in VHS, registrato da non so che misconosciuto canale, e in alcuni punti era un bel po' rovinato. Ora come ora, non so che darei per averlo originale.
Il film è datato 1982, ed è frutto di una colossale collaborazione tra USA, Regno Unito, Giappone e Germania, che hanno trasposto come lungometraggio il romanzo omonimo datato 1968 di Peter Soyer Beagle, uno scrittore fantasy americano, che si è occupato personalmente della sceneggiatura del film.
E' che la sceneggiatura sia curata dall'autore del libro si vede. La storia segue fedelmente il romanzo, omettendo solo passaggi non strettamente legati alla trama principale.
Come se non bastasse, il doppiaggio originale ci presenta personaggi d'eccezione: Mia Farrow, Angela Lansbury e Cristopher Lee, tanto per citarne qualcuno.

Per quanto riguarda la trama stessa, inizia in modo molto semplice.
Un unicorno un giorno sente due cacciatori parlare del fatto che lei sia l'ultimo esemplare della sua specie. Tormentata dal dubbio, parte per un lunghissimo viaggio che la porterà a scoprire la verità circa i suoi simili.
Ve l'avevo detto che era semplice.
Ma per tutto il film, la vedremo vagare per un mondo nel quale la magia e la fantasia stanno svanendo dall'immaginario dell'uomo, dove le persone non sanno distinguere tra finzione e vero incanto.
I veri problemi iniziano quando la nostra protagonista si troverà trasformata suo malgrado in una donna, senza possibilità di tornare alla sua vera forma. Solo ora comincerà a sperimentare sentimenti come il rimpianto, la malinconia, la tristezza, il dolore e l'amore, emozioni estranee agli unicorni, creature immortali e superiori ai sentimenti più prettamente umani. E, lentamente, i ricordi delle sue origini cominceranno a svanire.

A livello grafico, si vede che il lungometraggio è stato sviluppato da Paesi così diversi tra loro. Ci sono la qualità e il budget dei film statunitensi, le atmosfere e i colori cupi ed evocativi dell'animazione inglese, e un design dei personaggi con tratti e caratteri visivi marcati tipicamente crucco... ma disegnati con un gusto e uno stile più propriamente giapponesi.
Tutto questo contribuisce a creare un'atmosfera surreale, onirica e malinconica, complici anche le stupende musiche interpretate dagli America.
I personaggi emaciati e scarni, fortemente "materiali", caratterizzati da colori scuri, creano un forte contrasto con l'unicorno, disegnato con uno stile etereo e un colore bianco puro, sottolineando come il mondo degli umani si stia allontanando sempre di più da quello dei miti e delle leggende: il primo è gretto, sporco, venale, il secondo è innocente ed incontaminato, valori ai quali l'uomo non riesce più ad avvicinarsi.

Tutta la pellicola è intrisa, dall'inizio alla fine, di una profonda malinconia. La storia, le voci, le musiche, i colori e le ambientazione ricreano un'atmosfera struggente e incantata.
Potrei dilungarmi ancora, ma preferisco concludere con un: guardatelo.
Non è così facile da reperire, ma ne vale davvero la pena, a parer mio è uno dei tanti capolavori sconosciuti che meriterebbero di essere apprezzati da tutti.

Simon Tofield

"Prego introdurre cibo qui"

Tre giorni senza postare, lo so. Ma sono stati tre giorni di demolizione cerebrale. Manca poco a Natale, manca poco a Natale, manca poco a Natale.
E via a confezionare regali fatti a mano, a comprarne di confezionati da mani altrui e a spremersi le meningi. Che ansia gente. Che ansia allucinante.

Quindi, oggi parlo un po' di qualcosa di carino e rilassante.
Forse se vi dico "Simon Tofield" non vi verrà in mente nulla. Ma se invece vi dicessi "Simon's cat" di sicuro vi si accenderebbe una lampadina, a meno che non siate vissuti sotto una roccia. Bene, se siete vissuti sotto ad una roccia, ora ne verrete fuori (ne vale la pena).

Simon Tofield è un animatore britannico, attualmente direttore del settore animazione della Tandem Films, e  le sue animazioni sono diventate dei veri e propri video virali nel web.
Tofield utilizza Flash per il montaggio, ma il metodo principale è il caro vecchio frame by frame (ovvero immagini leggermente diverse l'una dall'altra che viste in sequenza danno l'impressione del movimento... banana). I movimenti sono fluidissimi (per realizzare un secondo di animazione sono impiegati dai 15 ai 25 fotogrammi), e Tofield ha uno stile personale e inconfondibile che dà il suo meglio nel bianco e nero. Lui stesso afferma di aver iniziato a disegnare fumetti fin da giovanissimo... e si vede.

Ma venendo al sodo: che ci propone Simon?
Nient'altro che le peripezie quotidiane di un comune gatto di casa e del suo padrone. Tofield è proprietario di tre gatti, e anche questo si vede. In che senso? Nel senso che quanto ci viene proposto nei suoi cortometraggi animati non è solo comico: è anche maledettamente vero.
Intendiamoci, i video di Simon's cat fanno ridere... ma i proprietari di gatti rideranno il doppio. Spesso si ritroveranno a dire "Si, anche il mio gatto fa proprio così!".
L'autore è un maestro nel cogliere tutti i piccoli comportamenti che fanno di un gatto... bè, un gatto. Impercettibili movimenti delle orecchie, occhi sgranati, piccole manie (come ad esempio l'eterna indecisione dei gatti di fronte alle porte aperte -entro o non entro?-) fanno di ogni cortometraggio un piccolo capolavoro di vita quotidiana.
L'audio è ridotto ai minimi termini. Non c'è musica, solo rumori e tutta la gamma di versi e versetti tipici dei gatti (che, tra l'altro, è lo stesso Simon a fare). E secondo me è perfetto così.
E no, non sono solo cazzatine da web... Wikipedia dice:
Il primo episodio (Cat Man Do) si è aggiudicato il premio Best Comedy ai British Animation Awards 2008. Il secondo (Let Me In!) ha ricevuto il premio Most Outstanding Animation alla settima edizione del "Animae Caribe, Caribbean Animation Awards Festival". Il terzo (TV Dinner) è stato trasmesso dal programma The Culture Show di BBC2 il 15 giugno 2008 prima di essere caricato su YouTube.
Da un'idea così semplice è esploso un fenomeno web, in seguito al quale sono stati pubblicati tre libri, a cui vi consiglio caldamente di dare un'occhiata. Sono raccolte di vignette e piccole strip comiche: non vi leggerete una sola parola, ma sono esilaranti ed espressive ai massimi livelli.

Qui trovate tutti i cortometraggi pubblicati fino ad ora: http://www.simonscat.com/Films/
Il sito è una vera e propria community di gattofili (si, ci sono anche io con le mie due piccole pesti nere).

Insomma, ridete un po' anche voi.
Se siete sotto stress come me vi farà bene.
Se non lo siete, vi farà bene lo stesso.

Minerva Mink


Cosa succede se dai una matita ad un disegnatore sessualmente frustrato


Oggi voglio farvi conoscere un personaggio della Warner che non è mai sbarcato in Italia (quasi quasi mi sento di dire "per fortuna").
Compare giusto un paio di volte nei cartoni della serie degli Animaniacs -ve li ricordate?- e, appunto, solo nella seria americana. 
Tra un po' scoprirete perché questo personaggio non ha fatto molta strada, restando isolato in soli due episodi e qualche piccolo cammeo, sparendo poi dalla circolazione.

Ok, finito il piccolo preambolo, vi svelo di chi sto parlando: si tratta di Minerva Mink, una delle protagoniste più inappropriate mai viste in un cartone animato. 
Cavalcando il successo dell'omonima attrice, Minerva doveva essere chiamata Marilyn… ma i produttori hanno detto più o meno "eh no, sarebbe un po' troppo".
Ma cos'ha questo personaggio di sbagliato?
Cominciamo dall'aspetto. Minerva è un visone bianco, con coda e capelli biondi. Non la vedremo quasi mai due volte con lo stesso vestito perché una ragazza figa che si rispetti ha un sacco di abiti diversi. Quindi Minerva sfilerà per noi con abitini uno più sexy dell'altro: vestaglie, minigonne, tutine da corsa iper attillate.
In secondo luogo, l'atteggiamento. Già alla sua prima apparizione la nostra dolce pulzella esordirà scrivendo nel suo diario che è proprio una povera piccola sfortunata: non ha ancora trovato un bel ragazzo con dei genitori ricchi sfondati.
Minerva sa di essere bella e ne approfitta per fare la puttanella con qualsiasi esemplare maschio che le capiti a tiro: dal lupo nerd e sfigato che ha una cotta per lei (e che otterrà le sue attenzioni solo quando lei scoprirà che con la luna piena si trasforma in un fusto tutto muscoli), al bassotto che le da la caccia per conto del proprio padrone. E in genere sembra che qualsiasi maschio che la veda perda completamente la testa.
Per fortuna che il design iniziale, che la prevedeva senza vestiti sia stato cambiato. Non mancano comunque scene dove si sottolinea che sia nuda (dietro una tenda con la silhouette delineata), o con riferimenti erotici, come l'immancabile spallina che cade mentre Minerva con voce suadente cerca di sedurre il boccalone di turno.

Ora, non prendetemi per un bacchettone. Ma dovrebbe essere un cartone destinato ai bambini. L'unico messaggio che trasmette alle bambine è che devono essere fighe e fare le troiette con chi vogliono e mi raccomando, scegliete come compagno solo uno che sia alto, bello, muscoloso e pieno di soldi. Fate i capricci, fatevi viziare e siate provocanti, that's the way. 

Lo so, in effetti è una triste realtà, ma non mi dispiace troppo che dopo due episodi Minerva ci abbia salutato. 

I due episodi incriminati si trovano in giro per la rete, appena ritrovo una pagina dove ve li possiate guardare aggiornerò.

Tomasz Bagiński

‘We Polish often lack the ability to distance ourselves from issues’

 Oggi non ho avuto tempo di mettermi a scrivere qui sul blog e manca poco allo scoccare della mezzanotte... quindi vi beccate un articoletto lampo rapido e indolore.

Quindi eccomi qui a parlarvi di Tomasz Bagiński, un'animatore e illustratore polacco poco conosciuto al grande pubblico ma non per questo non degno di nota.
Dei suoi lavori non c'è molto da dire e al contempo se ne potrebbe ampiamente parlare... ma sono del parere che sviscerare eccessivamente i suoi piccoli capolavori tolga a chi vi si avvicina per la prima volta il gusto dell'interpretazione personale.

Quindi, ne parlerò a grandi linee e starà alla vostra sensibilità caropire il messaggio, di volta in volta più o meno profondo, di ciò che vi troverete di fronte.
I cortometraggi dell'animatore polacco hanno quasi tutti un filo comune: il disincanto. Sono spietati, freddi e alieni, sia per le atmosfere sia per le figure spesso grottesche che li popolano. Ci mettono via via di fronte a possibili futuri, mondi onirici, crudeltà umane, superbia e sete di potere.
Ma non sono per questo grotteschi a loro volta, o spaventosi. Sono anzi pervasi da una profonda malinconia, quasi rassegnazione, al tempo stesso coinvolgono e fanno sentire al fruitore tutto il peso dell'essere soltanto uno spettatore.

Insomma, guardare i suoi cortometraggi è un'esperienza da brivido.

Attualmente lavora come art director presso la Platige Image. Oltre ai cortometraggi ha lavorato alle animazioni per il videogioco The Witcher tratto dai romanzi di Andrzej Sapkowski ed è l'autore delle copertine dei romanzi di fantascienza del connazionale Jacek Dukaj.
Come ulteriori "referenze" vi dico solo che può vantarsi di essere l'unico artista al mondo ad aver mai vinto due volte il primo premio del SIGGRAPH, il più grande festival per l'animazione e gli effetti speciali. Come se non bastasse, ha avuto una nomination all'Oscar per il miglior cortometraggio animato.

Se e quando ne avrete il tempo (e la voglia), procuratevi una tazza di caffè, di tè o una sigaretta e immergetevi nelle atmosfere dei suoi mondi così distanti e al contempo così reali.
Potreste pentirvene, ma ne sarà valsa la pena.

E per chi volesse approfondire, ecco un'intervista (in inglese) più che interessante: Tomasz baginski